domenica, 29 novembre 2020
Medinews
27 Ottobre 2006

LINFOMA NON-HODGKIN, UN NUOVO “PROIETTILE RADIOATTIVO” COLPISCE LA MALATTIA

Domani al convegno “Discutendo di radioimmunoterapia dei linfomi” i massimi esperti italiani di onco-ematologia e medicina nucleare riuniti allo Sheraton Catania Hotel

Cannizzaro (CT), 27 ottobre 2006 – La Sicilia non è un’“isola” nella cura dei linfomi non-Hodgkin recidivanti, ma, con i suoi due Centri di Eccellenza (Messina e Palermo) rende disponibile una tra le più efficaci terapie per la cura di questi linfomi. Si tratta della radioimmunoterapia con 90Y-ibritumomab tiuxetano costituito da un anticorpo monoclonale coniugato con Ittrio-90. Un Centro di Eccellenza dedicato all’applicazione di questa terapia è l’Unità Operativa Complessa di Medicina Nucleare di Messina, diretta dal Prof. Sergio Baldari, nell’ambito della quale esiste un reparto di Terapia Radiometabolica operante in stretta collaborazione con Francesco Di Raimondo, Professore Associato di Ematologia presso l’Università degli Studi di Catania, dove afferiscono i pazienti con linfoma non-Hodgkin.

Con 11mila nuovi casi ogni anno, i linfomi non Hodgkin si confermano i più diffusi tumori ematologici, si manifestano soprattutto tra i 40 e i 60 anni d’età e sono sempre più frequenti negli anziani. I linfomi non-Hodgkin costituiscono circa l’80% dei linfomi totali e sono guaribili solo nella metà dei casi per le forme aggressive; percentuale che scende al 20-30% nelle forme cosiddette “indolenti”, molto più difficili da eradicare.
La terapia del paziente con linfoma non-Hodgkin prevede molteplici approcci di prima linea, come chemioterapia, radioterapia e immunoterapia, dopo i quali la malattia si può ripresentare. Oggi c’è una speranza in più per chi non guarisce. “Si tratta della radioimmunoterapia (RIT)– spiega il Prof. Baldari – un trattamento innovativo che, sulla scia dei risultati ottenuti in alcuni trial clinici internazionali a cui hanno partecipato studiosi italiani, sta operando una svolta nella cura di questo particolare tipo di patologia tumorale”. Il radiofarmaco utilizzato nella RIT, 90Y-ibritumomab tiuxetano, è costituito da un anticorpo monoclonale coniugato con Ittrio-90. “Questo farmaco – prosegue il Prof. Baldari – può essere immaginato come un “piccolissimo proiettile” radioattivo che introdotto nel sangue va a cercarsi la cellula tumorale, ovunque sia, poiché in essa è espresso un antigene specifico che ne rappresenta “il bersaglio”. Il vantaggio della RIT è pertanto quello di poter arrivare a tutte le cellule tumorali e di farlo senza effetti collaterali significativi”. L’efficacia terapeutica è garantita dal legame stabile che gli anticorpi assumono con le cellule tumorali e dal rilascio delle radiazioni beta emesse dall’Ittrio-90. L’emissione di radiazioni dura alcuni giorni e colpisce le masse tumorali, causando la morte delle cellule neoplastiche. La RIT con 90Y-ibritumomab tiuxetano è disponibile da più di un anno presso il Centro di Messina, viene effettuata nel servizio di Medicina Nucleare e prevede un’unica somministrazione endovenosa a cui non seguono gli effetti collaterali tipici della chemioterapia anche se deve essere preceduta da un’adeguata selezione del paziente, frutto di una stretta collaborazione con l’onco-ematologo, sulla base dei dati clinici ed anamnestici del singolo paziente. La normativa prevede il trattamento del paziente attraverso un breve ricovero ospedaliero presso la struttura di Medicina Nucleare. “Comunque, al momento delle dimissioni non c’è alcuna possibilità neanche teorica di contaminazione e il paziente può condurre una vita normale. Gli effetti collaterali della terapia a base di 90Y-ibritumomab tiuxetano – chiarisce il Prof. Di Raimondo – comprendono solo una limitata sofferenza ematologica che si manifesta nelle settimane successive al trattamento come un modesto e transitorio calo delle piastrine e dei globuli bianchi”. Il paziente viene controllato per un breve periodo con esami prevalentemente ematologici e in seguito con tecniche di tipo radiografico per il normale follow up.
“In futuro, per i favorevoli risultati conseguibili, si potranno considerare altre modalità di trattamento in pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin – afferma il Prof. Baldari – non escludendo la possibilità di utilizzo come terapia di prima linea o/e di somministrazioni ripetute o l’estensione ad altre tipologie di linfomi”.
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