martedì, 24 novembre 2020
Medinews
23 Giugno 2007

LINFOMA NON-HODGKIN, OGGI LA CURA È PIÙ VICINA. UN RADIOFARMACO “A CACCIA” DELLA CELLULA TUMORALE

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Sono le più diffuse neoplasie del sangue, in Italia 12.000 nuovi casi ogni anno. La radioimmunoterapia sconfigge la malattia senza effetti collaterali per il paziente

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Milano, 22 giugno 2007 – Un farmaco intelligente e spietato, che colpisce in modo selettivo le cellule tumorali: è questa la terapia migliore per il linfoma non-Hodgkin. Si chiama radioimmunoterapia ed è disponibile anche nel nostro Paese. Il trattamento agisce utilizzando un “proiettile” a doppia azione, lo Zevalin. “La scelta vincente per la cura del linfoma non-Hodgkin si è dimostrata quella combinata: farmaco più radiazioni – spiega il prof. Sergio Amadori, Presidente della Società Italiana di Ematologia e Direttore della Cattedra di Ematologia dell’ Università “Tor Vergata” di Roma -. Si è “agganciato” all’anticorpo monocolonale anti-CD20, che aveva già dimostrato da tempo la sua efficacia, un isotopo radioattivo (ittrio-90) mediante un legame chimico. Il radiofarmaco può essere immaginato come un’arma potente e precisa che, trasportata dal sangue, va a cercarsi la cellula tumorale, ovunque sia, poiché in essa è espresso un antigene specifico che ne rappresenta “il bersaglio”. Questo consente di portare la radiazione direttamente sulla cellula linfomatosa e risparmiare i tessuti sani”. Oggi e domani oltre 300 fra i massimi esperti italiani di ematologia e medicina nucleare sono riuniti a Milano in un convegno nazionale per fare il punto sugli sviluppi futuri di questa strategia terapeutica. Nel corso dei lavori saranno approfondite, in particolare, le nuove prospettive di utilizzo della terapia, in combinazione con il trapianto e per il trattamento di prima linea, e saranno valorizzate le esperienze di alcuni dei centri di eccellenza italiani per la cura di queste neoplasie.

Con circa dodicimila nuovi casi ogni anno, i linfomi non Hodgkin si confermano i più diffusi tumori ematologici, in continua crescita. Si manifestano soprattutto tra i 40 e i 60 anni d’età e sono sempre più frequenti negli anziani. Le cause? In realtà le vere ragioni non si conoscono, sono stati però identificati una serie di fattori predisponesti come le immunodeficienze congenite e acquisite, le malattie autoimmuni, gli agenti infettivi non-HIV ed HIV, ed agenti chimici e fisici. I linfomi non-Hodgikin costituiscono circa l’80% dei linfomi totali e sono guaribili solo nella metà dei casi per le forme aggressive, percentuale che scende al 20-30% nelle forme cosiddette “indolenti”. La terapia prevede molteplici approcci di prima linea, come chemioterapia, radioterapia e immunoterapia, dopo i quali però purtroppo la malattia si può ripresentare. “Oggi si delineano nuove speranze di combattere questo rischio, con l’utilizzo precoce della radioimmunoterapia – spiega il prof. Sante Tura, docente di Ematologia all’Università degli Studi di Bologna “. Studi recenti, a cui hanno partecipato anche centri italiani, prevedono di utilizzarla fin dall’esordio della malattia per migliorare la risposta dei trattamenti “tradizionali” e ridurre al minimo il rischio di recidiva. Nuovi dati clinici nel trattamento dei pazienti con linfomi follicolari in prima linea saranno presentati a dicembre nel corso del congresso dell’American Society of Hematology, il più importante congresso appuntamento mondiale per l’ematologia”. Uno dei vantaggi principali della radioimmunoterapia è la sua selettività: riesce ad arrivare solo alle cellule tumorali, senza intaccare i tessuti sani. “Questo si traduce in un notevole miglioramento della qualità di vita del paziente: la terapia ha infatti dimostrato la sua superiorità anche sotto questo profilo, non solo in termini di percentuali di risposta e di durata di risposta – aggiunge il prof. Franco Mandelli, Presidente dell’associazione Italiana contro le Leucemie- Linfomi e Mieloma (AIL) -. Con la radioimmunoterapia inoltre può essere sufficiente un solo ciclo di terapia, seguito da un controllo costante, senza sottoporre il malato a trattamenti ripetuti o che possono determinare delle complicazioni anche gravi. Nuove speranze si attendono poi da un ulteriore utilizzo della radioimmunoterapia, in combinazione con l’autotrapianto di midollo, strategia che sta dimostrando risultati molto interessanti”.
L’efficacia terapeutica è garantita dal legame stabile che gli anticorpi assumono con le cellule tumorali e dal rilascio delle radiazioni beta emesse dall’Ittrio-90. “Radiazioni che non hanno però dimostrato tossicità – rassicura la prof.ssa Diana Salvo, Presidente della Associazione Italiana di Medicina Nucleare e Molecular Imaging -. L’emissione dura alcuni giorni e colpisce solo le masse tumorali, provocando la morte delle cellule neoplastiche. La radioimmunoterapia è attualmente disponibile in circa 50 centri italiani. Il trattamento prevede un’unica somministrazione endovenosa, preceduta da un’adeguata selezione del paziente, frutto di una stretta collaborazione con l’onco-ematologo. La normativa italiana attualmente richiede che il trattamento del paziente avvenga in regime di ricovero ospedaliero (ricovero ordinario o day hospital) presso la struttura di Medicina Nucleare. In realtà, la sicurezza del radiofarmaco è tale che potrebbe consentire l’uso ambulatoriale, una volta superati i problemi legati alla norma legislativa e quelli burocratici connessi ai rimborsi”.
Il convegno nazionale è promosso da Bayer Schering Pharma, la nuova divisione che si è recentemente costituita in seguito alla fusione dei gruppi Bayer e Schering. “L’area onco-ematologica rappresenta il settore in cui il gruppo intende investire maggiormente – dichiara il dr. Giovanni Fenu, a capo della Divisione Farmaceutica Bayer Schering Pharma Italia -, con la creazione di una vera e propria task force per offrire alla comunità scientifica e ai pazienti molecole sempre più efficaci e innovative. Il ruolo focale della ricerca e sviluppo è evidente anche nella crescente enfasi rivolta a nuove terapie target, per migliorare efficacia e tollerabilità, che dovrà esprimersi in risposta clinica ottimale e sopravvivenza dei pazienti prolungata”.
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