mercoledì, 14 aprile 2021
Medinews
3 Luglio 2003

L’AIDS IN ITALIA HA I “CAPELLI BIANCHI”. UNO SU TRE SI SCOPRE MALATO DOPO I 40 ANNI

Il Rapporto 2003 del Progetto Icona, il più grande studio osservazionale al mondo

Roma, 3 luglio 2003 – In Italia una persona su tre che scopre di essere sieropositiva ha più di 40 anni e 1 su 2 (il 52,8%) ha superato i 30: il 19,4% ha un’età variabile tra i 40 e i 50 e il 7% è addirittura ultra cinquantenne. Uomini e donne di ‘mezza età’ con esistenza delineata, famiglia stabile e carriera al top (il 30,6% ha un diploma e il 5,2% una laurea), che si sono probabilmente infettati alla fine degli anni Ottanta, sicuramente per via eterosessuale (il 35% degli uomini e il 64,4% delle donne) ma che in tutto questo tempo non avevano fatto un test, probabilmente perché non si erano mai considerati a rischio, con la conseguenza di avere contribuito alla diffusione dell’Hiv. Un virus che, secondo gli esperti, nel nostro Paese ha finora infettato 110.000 persone, la metà delle quali è però tuttora inconsapevole del proprio stato e va ad alimentare quel fenomeno pericoloso ed allarmante che è il sommerso. Ma anche chi inizia la terapia non riesce a seguirla fedelmente: ben il 20% interrompe totalmente i farmaci per un periodo di tre mesi. Interruzioni che possono essere estremamente pericolose per l’esito clinico, provocando la ripresa dell’attività di replicazione virale, l’abbassamento dei CD4 e anche la progressione della malattia. La nuova fotografia – non più malattia dei giovani e di alcune categorie definite ma dei quarantenni “normali” – emerge dal Rapporto 2003 di ICONA (“Italian CohOrt of Naive Antiretroviral patients”) il più grande studio osservazionale su pazienti naive al mondo, che vede in prima linea l’intera infettivologia italiana – 69 centri clinici coordinati da 6 Università – iniziato nel 1997 per concludersi nel 2007. La coorte, che comprende attualmente 5.469 pazienti (il 70,1% maschi e il 29,9% femmine), è l’unica attualmente in grado di fornire dati attendibili sul ruolo dei primi trattamenti su parametri epidemiologici, clinici biologici e comportamentali.

Il fattore di rischio prevalente si conferma quindi la trasmissione per via eterosessuale, che nel nostro Paese rappresenta a tutti gli effetti il vero campanello d’allarme. Negli ultimi 3 anni questo tipo di trasmissione è passata dal 30,7 al 43,6%. Diversa è la modalità di acquisizione del virus in base al sesso. Fra i maschi il 62,6% si è infettato da un partner occasionale di cui ignorava la sieropositività, mentre, tra le femmine, il 36% dal partner abituale di cui era perfettamente a conoscenza dello stato di malattia. “L’infezione da Hiv in Italia – afferma il prof. Mauro Moroni, direttore dell’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Milano e coordinatore di ICONA – fa il suo ingresso nella coppia veicolata dall’uomo, che si contagia attraverso rapporti occasionali e poi infetta la moglie o la compagna”.
In questo quadro si innesta un ulteriore dato allarmante. “Un’indagine condotta su 968 pazienti arruolati in ICONA, sovrapponibile alla situazione italiana – spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma – mostra come sia ben di 6 anni il tempo medio tra quando una persona si scopre HIV positivo e la prima visita in un centro specialistico, periodo durante il quale non si sottopone ad alcuna terapia. Il 15% di questi pazienti, inoltre, si reca dallo specialista per la prima visita quando l’infezione è in uno stadio avanzato: con un’immunodeficienza grave o AIDS conclamato”.
Ma una delle novità più significative e allarmanti uscite quest’anno da ICONA riguarda l’interruzione volontaria della cura. “Su 2.500 persone che assumevano la triplice terapia – spiega la prof. Antonella D’Arminio Monforte, associato di Malattie Infettive all’Università di Milano – 553 (20%) hanno interrotto totalmente i farmaci per tre mesi. Di queste, oltre il 50% per decisione autonoma: si sentiva bene, aveva un numero di CD4 superiore a 500 e quindi il farmaco non era più percepito come indispensabile. Il 30% aveva invece smesso a causa della tossicità delle compresse e solo il 4% per fallimento terapeutico”.
“Eppure gli effetti positivi dell’aderenza alla terapia sono scontati – sottolinea il prof. Andrea Bonaccorsi, della Scuola superiore San’Anna di Pisa e coordinatore della ricerca EconICona, progetto collaterale a ICONA – si muore di meno (da 33 ogni mille pazienti nel ’97 a 8 per mille nel 2002), si riduce l’aggravamento della patologia (da 405 del ’97 a 43 per mille persone nel 2002) e quindi calano sensibilmente i ricoveri ospedalieri. Con evidente vantaggio anche per il Servizio Sanitario Nazionale. I costi medi di ricovero per persona-anno si sono infatti abbassati da 4.930 euro del 1997 a 320 euro dei primi tre mesi del 2002”.
“Il progetto ICONA – sostiene il prof. Mauro Moroni – è una felice intuizione, i cui meriti vanno equamente divisi tra le tre componenti che ne fanno parte: le Università, gli ospedali e l’industria farmaceutica. Oggi, del resto, la congiuntura economica nazionale impone una continua restrizione dei fondi dedicati alla ricerca. E attualmente, purtroppo, solo il capitale privato può dare queste certezze: capitale che nel nostro caso è stato messo a disposizione da un’industria farmaceutica – l’allora Glaxo Wellcome oggi Glaxo Smithkline – che ha saputo prescindere dal proprio diretto interesse di marketing e investire in un’operazione scientificamente ed eticamente importante”.
“Per noi e per quanti ci hanno lavorato e continueranno a farlo – afferma il dott. Roberto Ferri, amministratore delegato di Glaxo Smithkline, sponsor dell’iniziativa – ICONA rappresenta una vera e propria “scommessa” vincente di partnership tra pubblico e privato, nata in un periodo nel quale era difficile ipotizzare alleanze che andassero al di là della semplice sponsorizzazione da parte di un grande gruppo farmaceutico. Un altro aspetto significativo di Icona è la sua “italianità”. E sono lieto ed onorato che un progetto così importante, potenzialmente esportabile anche in altre aree terapeutiche e in altre realtà geografiche (come il Canada che ha già fatto richiesta), sia nato proprio in Italia, confermando che quando il nostro paese si attiva può diventare davvero una “locomotiva” per le altre nazioni. GSK – conclude il dott. Ferri – non può quindi che rinnovare l’impegno per i prossimi tre anni, durante i quali continueranno ad emergere informazioni utili di cui far tesoro per definire insieme il futuro del progetto”.
TORNA INDIETRO