sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
28 Novembre 2002

L’AIDS C’E’, NON ABBASSIAMO LA GUARDIA APPELLO DELL’ASSOCIAZIONISMO ALLE ISTITUZIONI

Milano, 27 novembre 2002 – Forse ci si ammala e si muore di meno, ma l’AIDS è tutt’altro che scomparso. Nei primi sei mesi di quest’anno sono stati 935 i casi notificati al Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, che portano a 17.000 il numero complessivo dei malati oggi in fase conclamata in Italia. A questi vanno aggiunti i 110.000 sieropositivi stimati, dei quali, almeno la metà vive nell’assoluta inconsapevolezza della propria condizione, con tutti gli immaginabili pericoli per sé e per gli altri.

Una situazione perlomeno preoccupante. Tanto più in Lombardia, regione che con Lazio, Liguria ed Emilia Romagna, guida questa poco onorevole classifica dell’incidenza della sindrome da immunodeficienza acquisita. Eppure l’aria che si respira a Milano, come del resto in molte altre città, è da fine emergenza. A manifestare questa preoccupazione e a rialzare il livello d’attenzione della cittadinanza e degli enti pubblici su una malattia tuttora invalidante e fonte di grande discriminazione sociale sono stati questa mattina al Centro Congressi della Fondazione Cariplo, il prof. Mauro Moroni, presidente di Anlaids Lombardia, don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana e Massimo Oldrini, presidente della Lila, a nome di un cartello di associazioni del volontariato milanese.
“Negli ultimi anni – spiegano Moroni, Colmegna e Oldrini – la lotta all’Aids ha fatto registrare un preoccupante calo della guardia, soprattutto a livello istituzionale. La mancanza di vere campagne preventive mirate e un troppo frettoloso messaggio mediatico di soluzione del problema ha di fatto bloccato quel trend in discesa dell’infezione che si era registrato nella seconda metà degli anni Novanta”.
Paradossalmente l’avvento delle terapie antiretrovirali di combinazione, se ha contribuito in maniera decisiva ad aprire la strada alla ‘cronicizzazione’ della malattia, è stato anche letto come un segnale tangibile di soluzione del problema. “Purtroppo non è così – sostengono i rappresentanti delle Associazioni – e la realtà che viviamo quotidianamente ci impone una seria riflessione. Il vuoto informativo sull’HIV ha contribuito a cambiare il panorama dell’infezione: l’osservazione dei nuovi casi dimostra che non si tratta più di una malattia delle cosiddette categorie a rischio (tossicodipendenti, prostitute, omosessuali), ma a rischio è quella che l’opinione pubblica riconosce come la normalità: uomini e donne eterosessuali, giovani e meno giovani, che hanno comportamenti pericolosi senza però percepirli come tali, e arrivano spesso alla diagnosi quando ormai la malattia è in fase avanzata”. “Va detto, inoltre – prosegue Moroni – che assumere antiretrovirali non è come prendere un’aspirina. Sono farmaci a vita, che esigono regole ferree, provocano intolleranze ed effetti collaterali e condizionano l’esistenza sociale, affettiva e lavorativa delle persone”. “E’ comprensibile quindi – afferma Oldrini – che in un contesto del genere è fondamentale che Comune, Provincia, Regione, Asl, per quanto di loro competenza, riprendano a considerare l’HIV come un nemico non ancora vinto. E rivedano di conseguenza i loro programmi, implementando e non disincentivando le strategie per contrastarne la diffusione. Una politica diversa da questa, a nostro avviso, finirà nell’immediato per aumentare le infezioni e, in futuro prossimo (4-5 anni), anche i costi sanitari”.
Se si vuole poi allargare lo sguardo, c’è un altro rosario di problematiche che discendono a cascata. Per esempio il reinserimento lavorativo. Al di là della difficile congiuntura economica, le Associazioni denunciano una spiacevole ricomparsa di situazioni discriminatorie nei confronti delle persone con HIV che, nel migliore dei casi, per poter lavorare, sono costrette ad ammettere la loro condizione, in violazione delle più elementari norme della privacy. Di contro l’assegno di invalidità civile, per i pochi ‘fortunati’ che lo ottengono dopo una trafila di 18-36 mesi, è di 215 euro al mese.
“Purtroppo – dice don Colmegna – la discriminazione e lo stigma non riguardano solo l’inserimento lavorativo, ma ogni aspetto della vita quotidiana pubblica e privata di chi è affetto da HIV/AIDS. Resta alto l’impegno non solo a non discriminare, bensì ad accogliere e sostenere chi è toccato dall’HIV/AIDS. Inoltre a preoccupare è la condizione dei migranti, in particolare degli irregolari, ai margini degli interventi preventivi e di cura; fenomeno che si rende evidente nel ripresentarsi di nascite di bambini infettati da HIV”.
“Tutte le Associazioni che hanno aderito a questa iniziativa – concludono Moroni, Colmegna e Oldrini – continueranno anche il prossimo anno a lavorare sul territorio e a portare avanti progetti di prevenzione nelle scuole, per strada, attraverso gli operatori dei centralini, le pubblicazioni, i giornali, a sostenere chi ha bisogno nelle case alloggio o aiutando chi lo cerca a trovare un lavoro. Crediamo però che questo, senza un progetto più ampio condiviso con le Istituzioni pubbliche, non sarà sufficiente a incidere nel profondo, come invece sarebbe necessario. Un nostro maggior coinvolgimento nella stesura di piani d’intervento, che guardi oltre il 1 dicembre, potrebbe rappresentare un primo passo verso un traguardo che non può non vederci uniti”.
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