venerdì, 26 febbraio 2021
Medinews
21 Marzo 2006

LA RICETTA PER UNA SANITA’ A MISURA DI ANZIANO

La continuità assistenziale garantita da un modello “ospedale centrico” che vede le strutture di cura al centro della rete di gestione del paziente over60. Il Rapporto Sanità 2005 sarà presentato domani a Roma

Roma, 7 giugno 2005 – Entro 40 anni il numero degli ultrasessantenni in Italia sarà più della metà popolazione con meno di 59 anni. “Superata questa soglia – commenta il prof Marco Trabucchi, direttore del gruppo di ricerca geriatria – si stima che circa i tre quarti della popolazione abbia una patologia cronica, come il diabete e l’ipertensione o l’ipercolesterolemia, e che la metà sia affetta da due o più malattie. L’età anziana viene considerata nei paesi sviluppati il principale fattore di rischio per la maggior parte delle patologie, e negli Stati Uniti gli individui con più di 70 anni rappresentano il 58% delle persone con patologie osteo-articolari, il 45% degli ipertesi, il 21% dei pazienti con malattie cardiache, il 19% dei malati di cancro, il 12% dei diabetici e il 9% dei pazienti con ictus”.
Malattie, spesso concomitanti, per le quali è necessario un frequente uso di terapie, spesso combinate: uno studio statunitense ha evidenziato che più del 40% degli ultrassessantacinquenni non ricoverati in ospedale utilizzava 5 o più diversi farmaci alla settimana, ed il 12% ne usava più di dieci. L’utilizzo di terapie è ancora maggiore negli anziani degenti o in condizioni di assistenza domiciliare. Questo ribaltamento di proporzioni e l’aumento delle malattie croniche da tenere sotto controllo – secondo gli esperti – avranno prevedibilmente un effetto shock sul nostro sistema Paese, una sorta di bomba demografica pronta ad esplodere. A pagare il prezzo più alto di questo trend saranno i sistemi sanitari nazionali, vittime di una crescente pressione che rischia di diventare ingovernabile.
Per affrontare il problema, proporre ricette per ottimizzare le risorse e prevenire lo scoppio dell’ordigno demografico, numerosi esperti sono riuniti domani a convegno in occasione della presentazione del volume “Rapporto Sanità 2005 – Invecchiamento della popolazione e servizi sanitari” edito dalla Fondazione SmithKline”.
L’incontro si terrà martedì 7 giugno alle 18 presso la Sala Esedra della Residenza di Ripetta a Roma. Parteciperanno il sottosegretario alla Salute Cesare Cursi, Augusto Battaglia, Roberto Bernabei e Monsignor Sergio Pintor. Saranno presenti anche gli autori del Volume, curato da Gianfranco Gensini, presidente della Fondazione SmithKline, dal vicepresidente Paolo Rizzini, da Marco Trabucchi e Francesca Vanara, professore a contratto di economia applicata sanitaria all’Università di Torino.

Tra le opzioni presentate nel volume, un fondo nazionale per la non autosufficienza finanziato dalla fiscalità generale, una ridefinizione organizzativa della rete assistenziale, un diverso ruolo dell’ospedale in un quadro di ridistribuzione di funzioni e competenze tra strutture ad alta e bassa intensità terapeutica e medicina territoriale, l’opportunità di una rete geriatrica. “In particolare – sottolinea il prof Trabucchi – va compiuta una scelta tra una sanità ‘medico-centrica’ e una ‘ospedale-centrica’. Nel primo caso, più vicino alla realtà italiana, il medico di medicina generale si conferma il naturale anello di congiunzione tra struttura sanitaria e assistiti alla ricerca dell’indispensabile continuità assistenziale. Il medico di famiglia fatica però a gestire adeguatamente il carico assistenziale richiesto da questa visione. Sarebbe quindi opportuno – prosegue Trabucchi – considerare la seconda opzione che prevede l’ospedale al centro della rete di sostegno del paziente. Solo così il sistema sanitario può garantire un approccio organico alla cura del malato che eviti sprechi di risorse dovuti a interventi inutili o controproducenti perché privi di una visione d’insieme. Gli Stati Uniti mostrano come questo modello garantisca migliori risultati in termini di qualità delle cure prestate e di continuità assistenziale”.
Anche la messa a punto di nuovi farmaci deve tener conto del trend demografico. Da una parte le aziende stanno concentrando i propri sforzi su questo nuovo target terapeutico: nel 2000 circa 700 nuovi farmaci nella pipeline di sviluppo dell’industria farmaceutica erano destinati a malattie della terza età, quali cardiopatie, ictus, cancro, diabete, depressione, malattia di Alzheimer, artrite, osteoporosi, morbo di Parkinson. Tuttavia pochi farmaci, tra quelli oggi di prevalente utilizzo geriatrico, hanno avuto uno sviluppo clinico che tenesse conto delle problematiche legate all’invecchiamento, e pochi sono in grado di soddisfare pertanto in modo specifico e completo i bisogni terapeutici dell’anziano. Un’analisi descrittiva ha infatti evidenziato che circa un terzo degli studi pubblicati nelle principali riviste scientifiche escludevano senza un’adeguata giustificazione gli anziani dalla casistica trattata nelle sperimentazioni cliniche. Nel 2000 solo il 3,45% degli 8945 studi clinici randomizzati e l’1,2% di 706 studi metanalitici erano stati specificamente disegnati nella popolazione di età superiore ai 65 anni. Spesso anche grandi trial disegnati per lo studio di patologie specifiche della popolazione anziana reclutano casistiche selezionate che non rappresentano la reale popolazione trattata. Esistono motivazioni oggettive che spiegano questo stato di cose: le enormi differenze cliniche tra le diversi classi di anziani, la difficoltà a ottenere il consenso all’arruolamento nei trial, la presenza di patologie concomitanti che alterano i risultati dello studio.
Nonostante le difficoltà di gestione di questo cambiamento epocale, paragonabile per impatto a quello della Rivoluzione Industriale, gli autori sottolineano come, d’altro canto, sia importante riconoscere la potenziale capacità di raggiungere un eccellente stato di salute nell’età avanzata. Investendo maggiormente nella ricerca clinica rivolta all’anziano, approfondendo cioè gli aspetti genetici dell’invecchiamento alla ricerca del “segreto” della longevità, diventa infatti possibile prevedere un ulteriore aumento della sopravvivenza delle persone in buone condizioni di salute, spostando – secondo Gianfranco Gensini – “l’aspettativa di vita media a 85 anni o oltre, con una sostanziale compressione della morbilità geriatrica verso il periodo estremo della vita”. In questa prospettiva gli over60 potranno quindi essere considerati non solo un peso economico per il sistema sanitario ma anche una risorsa per la società.
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