martedì, 24 novembre 2020
Medinews
31 Agosto 2003

INFARTO, CALA LA MORTALITA’ IN TUTTA EUROPA. UNA NUOVA EMERGENZA: LA CRONICIZZAZIONE

A Vienna oltre 25mila cardiologi alla più grande conferenza medica europea

Vienna, 31 agosto 2003 – Anche se di poco, d’infarto si muore sempre meno. La mortalità della sindrome coronarica acuta, situazione clinica che causa infarto e angina instabile, è passata dal 10 al 5% negli ultimi 10 anni, gli attacchi cardiaci più devastanti sono in diminuzione. Di conseguenza crescono le persone sopravvissute ad un attacco, ma che rimangono a rischio di nuovi eventi coronarici. La incidenza complessiva degli attacchi cardiaci è in calo in tutto l’occidente ma aumenta percentualmente quella della sindrome coronarica acuta: oggi sono circa un milione le persone colpite nel vecchio continente, 150mila in Italia. L’aumento della sopravvivenza di chi riesce ad arrivare in ospedale significa molte migliaia di vite risparmiate, 5mila l’anno solo in Italia. Ma per chi ha già subito l’infarto, complice anche l’allungamento della vita media, si profila una sorta di ‘cronicizzazione’ della malattia.
Il fenomeno, analogo a quanto già sta avvenendo per altri killer come tumori e Aids, è al centro dell’attenzione del Congresso della European Society of Cardiology giunto alla XXV edizione in corso a Vienna fino al 3 settembre che riunisce oltre 25mila cardiologi. “Grazie alla diffusione di cure preventive di qualità decisamente superiore di un tempo – spiega il prof. Aldo Maggioni, direttore del Centro studi dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) – le forme in cui si sviluppano gli attacchi della sindrome coronarica acuta sono oggi più incomplete rispetto ad anni fa: mentre in passato erano più frequenti gli infarti classici cioè quelli più devastanti per il cuore, oggi la tendenza si sta invertendo e ci sono più manifestazioni lievi. Se da un lato ciò riduce il rischio di morte, dall’altro aumenta la probabilità di avere nuovi attacchi coronarici nel futuro. Infatti – continua Maggioni – mentre quando si sviluppa un infarto classico il muscolo cardiaco va incontro a una morte cellulare e si trasforma in tessuto cicatriziale non più aggredibile da nuovi eventi ischemici, quando c’è un attacco di sindrome coronarica acuta senza necrosi (cioè più lieve) il muscolo cardiaco non si trasforma in cicatrice e quindi rimane ancora esposto al rischio di nuovi eventi ischemici e anche di infarto grave. C’è perciò un minor pericolo di morte, ma un maggior pericolo di subire nuovi eventi”.


Ma cambia qualcosa nella cura delle sindromi coronariche acute? “Per affrontare l’emergenza costituita dall’aumento dei casi di sindrome coronarica acuta e cioè di ischemia più lieve dell’infarto – sottolinea Maggioni – sono state condotte numerose ricerche. Per esempio, alcuni anni fa abbiamo studiato una molecola, il clopidogrel, che, aggiunto alla terapia standard che comprende l’acido acetilsalicilico e somministrato già dalle prime 24 ore seguenti all’attacco cardiaco, ha dimostrato nello studio CURE (Clopidogrel in Unstable angina to prevent Recurrent ischemic Events) di ridurre del 20% il rischio di sviluppare una delle tre manifestazioni che possono essere correlate alla sindrome coronarica acuta e cioè infarto, ictus e morte cardiovascolare”.
Da oggi per effetto della decisione della Commissione Unica del Farmaco e del decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, anche in Italia il clopidogrel diventa gratuito passando in fascia A, quella dei farmaci salvavita. Fino ad oggi il nostro era uno dei pochi Paesi dove la molecola era a totale carico dei cittadini. Sarà prescritto con piano terapeutico che prevede 6 mesi di terapia più altri 6 di trattamento, nel caso di indicazioni specifiche.

L’infarto, lungi dall’essere battuto definitivamente – in Italia sono ancora circa 70mila i decessi ogni anno – è stato in qualche modo ridimensionato e ora si manifesta sempre più in forme lievi: “L’infarto che fa ancora più vittime – dice Maggioni – è quello classico che altera il tracciato elettrocardiografico: la mortalità è attorno all’8-9%, mentre per le sindromi coronariche acute che non danno la caratteristica alterazione del tracciato è del 4-5%. Mentre qualche anno fa l’infarto classico era preponderante, oggi in molte cardiologie si registra una predominanza degli attacchi più lievi”.
Il clopidogrel è indicato proprio per diminuire il rischio di queste manifestazioni lievi, ma il successo di questa molecola associata all’aspirina nel controllo della sindrome coronarica acuta alimenta l’interesse dei ricercatori che la stanno valutando per altri aspetti della stessa sindrome e per la cura di altre patologie cardiovascolari. “Ci sono già tre nuovi studi – sottolinea Maggioni – molto interessanti e potenzialmente destinati ad avere successo. Il primo ha già superato metà percorso con 20mila pazienti sui 40 mila previsti è condotto in Cina e prevede l’associazione di clopidogrel al trattamento trombolitico ora in uso per il trattamento degli infarti miocardici classici. Il secondo sta per partire e serve a valutare l’efficacia di un anticoagulante orale rispetto all’associazione aspirina-clopidogrel nei pazienti con fibrillazione atriale per prevenire gli eventi tromboembolici. Il terzo ed ultimo studio è di prevenzione classica: l’aspirina da sola viene confrontata con l’associazione con clopidogrel nei soggetti che, pur non avendo ancora subito ischemie cardiache, presentano fattori di rischio cardiovascolare”.
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