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3 Marzo 2003

IL CANCRO DELL’OVAIO KILLER DELLE DONNE: SETTE SU DIECI NON SOPRAVVIVONO

Al via cooperazione tra specialisti e Istituto Superiore di Sanità
per anticipare la diagnosi e potenziare le armi terapeutiche

Napoli, 28 febbraio 2003 – Diciassettemila donne colpite ogni anno da tumori ad utero, ovaio e vulva, più di 7.200 i decessi cioè 4 persone su 10 non ce la fanno. Il carcinoma dell’ovaio è il più letale, uno dei più pericolosi in assoluto, perché uccide nel 70% dei casi. Per migliorare la sopravvivenza di queste patologie i massimi specialisti si sono incontrati a Napoli al convegno sulla cooperazione scientifica in ginecologia oncologica organizzato dall’Istituto Nazionale Tumori e che si conclude oggi presso il complesso museale di S. Chiara.

“Nonostante i progressi degli ultimi anni – afferma Stefano Greggi, responsabile della ginecologia oncologica del Pascale e coordinatore del convegno – le percentuali di guarigione sono ancora insoddisfacenti sia a causa della mancata adesione ai programmi di screening che al frequente mancato riferimento dei pazienti a centri di cura oncologica ad alta specializzazione dove ginecologi, oncologi medici e chirurghi lavorano a stretto contatto e fanno ricerca. Per questo parte un nuovo progetto di cooperazione nazionale con la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che rappresenta un nuovo modello di sperimentazione”. Dal meeting di Napoli arriva una buona notizia sul fronte terapeutico: uno studio appena concluso e presentato all’American Society of Clinical Oncology ha dimostrato che, una volta ultimati i sei cicli iniziali di chemioterapia con paclitaxel e cisplatino, molecole che rappresentano il trattamento standard del carcinoma dell’ovaio, proseguire la terapia con paclitaxel per ulteriori 6 settimane prolunga il tempo libero dalla ripresa del tumore, vale a dire la sopravvivenza.
“Per confermare questo risultato – spiega Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento di Oncologia del Policlinico di Modena – siccome le autorità sanitarie internazionali richiedono almeno due ricerche prima di stabilire un nuovo standard terapeutico, abbiamo avviato un secondo studio che si sta svolgendo in Italia e ha già dato risultati ugualmente positivi”.
In Italia sono circa 5.000 le donne che ogni anno vengono colpite da tumore all’ovaio (3.400 ne muoiono) e più di 10.000 quelle con tumore all’utero (cervice, corpo e altre localizzazioni) tra le quali si registrano 3.200 decessi. Il fattore decisivo è la diagnosi: più è precoce più è possibile curare. Per il tumore dell’utero c’è il pap test mentre per quello dell’ovaio non esiste un esame valido così la diagnosi avviene spesso in ritardo cioè alla comparsa dei sintomi (addome gonfio, dolori addominali, disturbi intestinali e irregolarità mestruali). Diventa allora fondamentale il coordinamento delle diverse professionalità specie in fase chirurgica, perché – spiega ancora Conte – “da un lato bisogna sapere dove andare a cercare eventuali depositi di cellule tumorali ovariche, evitando l’errore di definire precoce un carcinoma invece già avanzato, e dall’altro è necessario possedere una buona capacità chirurgica perché tanto più tumore si asporta tanto più si aumenta l’efficacia della chemioterapia successiva”.
La maggior parte dei tumori dell’ovaio – spiegano gli esperti – sono di tipo ‘epiteliale’ perché colpiscono il rivestimento dell’ovaio e insorgono più frequentemente nelle donne in menopausa. Nel 20% dei casi sono invece ‘germinali’ e colpiscono giovani donne, specie tra i 20 e i 30 anni. Questi ultimi sono molto più curabili con chirurgia e chemioterapia, mentre per quelli epiteliali il successo del trattamento dipende dallo stadio in cui iniziano ad essere curati: nel I e II stadio guariscono circa nell’80% dei casi, nei III e IV nel 20%.
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