lunedì, 23 novembre 2020
Medinews
8 Dicembre 2003

GLI ITALIANI DIMENTICANO DI AVERE UN CUORE. I CARDIOLOGI: “LA RICERCA E’ VIVA MA NON BASTA”

Oltre 5000 esperti al 64° Congresso SIC. Presentati i risultati dei nuovi studi clinici

Roma, 8 dicembre 2003 – Dieta mediterranea quasi abbandonata, poca attività fisica, una vita a cento all’ora, sigaretta accesa ad un’età sempre più precoce: il rapporto tra gli italiani e il proprio cuore sembra quasi una sfida alla roulette russa. E le conseguenze si fanno sentire: ogni 29 secondi una persona viene colpita da un infarto e il 44%, quasi una su due, non arriva in vita al Pronto soccorso. “Per questo – afferma prof. Maurizio Guazzi, che in qualità di presidente nazionale della Società Italiana di Cardiologia ha aperto a Roma i lavori del 64esimo congresso – dobbiamo invertire la tendenza e far comprendere come preservare il muscolo cardiaco debba diventare un imperativo categorico sin da bambini. Un impegno questo che la SIC, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, sta portando avanti ormai da un paio anni, attraverso la diffusione di una corretta educazione di prevenzione cardiovascolare nelle scuole elementari e medie, con pubblicazioni e riunioni periodiche tra cardiologi e insegnanti di scienze”.
Se il primo gradino rimane la prevenzione, dal Congresso arrivano importanti novità in ambito terapeutico da alcuni grandi studi clinici. Per quanto riguarda la cura dei circa tre milioni di coronaropatici italiani, la nuova opzione terapeutica in grado di salvare da un attacco di cuore almeno 470 pazienti la settimana, arriva da EUROPA (EURopean trial On reduction of cardiac with Perindopril in stable coronary Artery disease) il più grande studio realizzato nel campo della cardiopatia ischemica, che ha visto coinvolti 12.200 pazienti trattati per 4 anni in 424 centri di 24 Paesi, ed ha dimostrato come la sola l’assunzione di un Ace inibitore, il perindopril, insieme alla terapia standard è in grado di ridurre del 2% la mortalità e l’infarto nei cardiopatici.“Il beneficio ottenuto con questa molecola – afferma il prof. Roberto Ferrari, ordinario di cardiologia all’Università di Ferrara – è stato superiore alle aspettative: non solo ha abbassato la pressione arteriosa, ma ha svolto un’importante azione biologica anti-ischemica e anti-aterogenica. La molecola è in grado di agire direttamente a livello delle coronarie in modo da prevenire la formazione di placca aterosclerotica e di trombi”.
In Italia sono circa 160.000 gli italiani che subiscono un attacco di cuore. E per coloro che sopravvivono, il rischio di morte aumenta fino a 15 volte rispetto ai coetanei sani. Le persone che superano la fase acuta sono ad elevato rischio di nuovi attacchi, di scompenso cardiaco o di altre complicanze fatali. Si calcola infatti che nella metà dei casi gli attacchi cardiaci siano recidivi e un paziente su tre muoia entro l’anno successivo a un primo attacco di cuore.
Buone notizie arrivano oggi dai risultati di VALIANT (VALsartan In Acute myocardial iNfarcTion, 14.703 pazienti seguiti per due anni), che ha dimostrato come il trattamento con valsartan, farmaco di prima linea per la cura dell’ipertensione, sia in grado di ridurre sensibilmente la mortalità dei pazienti che sono stati colpiti da un attacco di cuore. Secondo gli esperti se si riuscisse a trattare con valsartan o con un ACE-inibitore, tutti i pazienti in questa condizione clinica si potrebbe ridurre il rischio di mortalità del 25%.
Prospettive interessanti anche nella terapia dello scompenso cardiaco “I risultati finali del programma di studi CHARM (7.601 pazienti reclutati) – afferma il prof. Paolo Rizzon, presidente del Comitato scientifico del Congresso – evidenziano chiaramente i benefici di candesartan cilexetil nel trattamento dell’insufficienza cardiaca sintomatica. Candesartan cilexetil è il primo antagonista del recettore dell’angiotensina (ARB) di cui sia dimostrata la capacità di ridurre di oltre il 20% i decessi per cause cardiovascolari e il numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca cronica, quando viene somministrato in associazione con la terapia tradizionale”.
“Una consistente serie di studi – prosegue il prof. Rizzon, – hanno dimostrato inoltre che la L-Carnitina, un costituente naturale del nostro organismo, è in grado di assicurare una significativa cardioprotezione nei modelli sperimentali di ischemia-riperfusione. Lo studio clinico controllato, denominato CEDIM 2 (2300 pazienti adulati con infarto acuto), in particolare ha documentato la riduzione del 39% di mortalità nei primi 5 giorni”.
Il fattore tempo gioca un ruolo importante nella terapia dell’infarto del miocardio in quanto il danno arrecato al muscolo cardiaco dall’occlusione acuta di una coronaria è progressivamente crescente nei minuti e nelle ore che seguono l’evento. Oggi il 10% degli infartuati arriva al Pronto soccorso entro 2 ore dai primi sintomi, il 20% dopo 12 ore, quando la finestra temporale utile per eseguire le terapie acute che ricanalizzano la coronaria ostruita è ormai esaurita. “Idealmente – sostiene il prof. Sabino Iliceto, direttore del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Padova – il paziente con infarto acuto dovrebbe essere trattato con farmaci o con angioplastica entro massimo 2 ore dall’insorgenza dei sintomi. Al fine di poter intervenire tempestivamente da qualche tempo è stata proposta una strategia innovativa, la trombolisi preospedaliera. Per guadagnare il massimo del tempo è il medico che va dal paziente in modo che la terapia trombolitica venga avviata al suo domicilio: solo una volta iniettato il farmaco salvavita il paziente viene inviato al più vicino centro in grado di effettuare l’angioplastica coronarica d’urgenza 24 ore su 24”. Ovviamente, una tale strategia richiede non solo una logistica in grado di sinergizzare tutte le professionalità indispensabili per il raggiungimento dell’obiettivo (centri di ascolto, 118, servizio di emodinamica, Unità Coronarica), ma anche e, soprattutto, la disponibilità di nuove categorie di farmaci trombolitici, che per il profilo di efficacia e sicurezza possano essere somministrati a casa o, comunque, al di fuori dell’ospedale. “Quest’ultimo tassello – aggiunge il prof. Iliceto – è stato colmato con l’introduzione di un nuovo farmaco: il TNK, un trombolitico efficace quanto i migliori tradizionali, ma che grazie alle sue peculiari caratteristiche è utilizzabile con facilità e sicurezza anche in ambiente extraospedaliero”. Il progetto prenderà avvio nei primi mesi del 2004 a Padova.
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