mercoledì, 27 ottobre 2021
Medinews
28 Aprile 2004

FECONDAZIONE, DIVENTARE MAMMA DOPO LA LEGGE

sez,322

A Napoli il II Congresso nazionale della Società Italiana della Riproduzione

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Napoli, 23 aprile 2004 – Gli esperti l’hanno già ribattezzato il management degli ovociti, in realtà dietro questa espressione da gestione aziendale prende forma una delle possibili risposte che la scienza medica sta sperimentando per aggirare i ‘paletti’ imposti dalla nuova legge sulla fecondazione medicalmente assistita e per cercare di mantenere gli standard di successo raggiunti fino ad oggi. La nuova legge, vietando la crioconservazione e la soppressione di embrioni in eccesso, limita di fatto a 3 gli ovociti che il medico può tentare di fecondare: è quindi plausibile che si arrivi al trasferimento in utero con meno di 3 embrioni, diminuendo così le probabilità di una gravidanza. “Il management degli ovociti – spiega il prof. Giuseppe De Placido, ordinario di Ginecologia e Ostetricia dell’Università Federico II di Napoli – inizia con l’applicazione di terapie farmacologiche in grado di migliorarne la qualità: le molecole di nuova generazione, quali le gonadotropine ricombinanti ed i sussidi provenienti dalla “farmacogenomica” devono essere finalizzati ad una “personalizzazione” dei trattamenti. Ma non basta. Per la prima volta nella storia della riproduzione assistita ci troviamo a dover scegliere le cellule uovo da sottoporre alla fase di fertilizzazione in vitro. Al centro di Sterilità della “Federico II” abbiamo iniziato a lavorare su nuove strategie, finalizzate a valutare se le caratteristiche dell’ambiente in cui l’ovocita è maturato, ossia il liquido follicolare, possano fornire informazioni utili ai fini della selezione ovocitaria. In queste nostre indagini abbiamo scoperto una correlazione significativa tra tassi di fertilizzazione e livelli intrafollicolari di leptina, una molecola di recente scoperta che regola il metabolismo. Quando la leptina risulta al di sopra dei 20 ng/ml i tassi di fertilizzazione raggiungono l’80%; al contrario, in presenza di livelli più bassi, la fertilizzazione avviene solo nel 20% dei casi. Presupposto fondamentale ai fini della valutazione della correlazione – prosegue De Placido – è l’esecuzione del prelievo ovocitario con una metodica “follicle by follicle”. L’obiettivo è quello, con una singola puntura dell’ovaio, di poter individuare e catalogare ogni singolo ovocita e il corrispondente liquido follicolare”. Altrettanto importante per garantire risultati soddisfacenti è sfruttare al massimo le nuove tecnologie endoscopiche ed ultrasonografiche. Le nuove strategie di trattamento farmacologico e di selezione ovocitaria, il congelamento degli ovociti e le applicazioni della ecografia 3D e “real time” 4D saranno i temi al centro dell’attenzione dei maggiori esperti italiani e internazionali di fecondazione assistita, che dal 25 al 27 aprile saranno impegnati al centro congressi di Castel dell’Ovo a Napoli, nei lavori del II Congresso Nazionale della Società Italiana della Riproduzione.
In Italia si calcola siano circa 60.000 le coppie che ogni anno chiedono una consulenza medica per problemi di infertilità o sterilità e circa 15.000 quelle che vengono sottoposte ad una fecondazione medicalmente assistita. Anche se la vita media è aumentata, diventare mamme dopo i 35 anni può creare problemi: l’ovaio invecchia e superato quel limite le possibilità declinano drammaticamente, anche nella fecondazione assistita. La probabilità di avere problemi di sterilità tra i 15 e i 24 anni è del 4.1%; del 13.1% tra i 25 e i 34 anni; del 21.4% tra i 35 e i 44 anni. Nei paesi industrializzati il fisiologico declino della fertilità è inoltre aggravato dall’impatto di abitudini di vita e fattori ambientali quali il fumo di sigaretta, il consumo esagerato di caffè, l’uso di stupefacenti e l’esposizione a pesticidi, solventi, gas di scarico e radiazioni.
“Questi dati – sostiene il prof. Nicola Colacurci, ordinario di Ginecologia e Ostetricia alla Seconda Università di Napoli – mostrano come la sterilità sia una vera e propria malattia. Anzi, è essa stessa fonte di alcuni disturbi della sfera psico-emotiva. Tanto che la cura della sterilità può essere considerata la vera terapia di alcune sindromi depressive dipendenti dal mancato raggiungimento dei bisogni riproduttivi. Intesa in tal senso – aggiunge il prof. Colacurci – la sterilità e tutte le sue procedure diagnostiche e terapeutiche non solo non dovrebbero essere sottoposte alle attuali limitazioni, ma rientrare nei Livelli Essenziali di Assistenza. La loro prospettata esclusione determinerebbe la scomparsa dei centri pubblici di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA, con la conseguenza di vedere esclusa dalla possibilità di accedere a tali tecniche la popolazione che non può sostenere i costi presso strutture private, creando pertanto una gravissima sperequazione sociale. L’accesso alle tecniche PMA consentito alle sole coppie sterili, con esclusione delle coppie infertili ad alto rischio riproduttivo genetico appare poi un’ulteriore discriminazione”.
“La nuova legge – conviene il dott. Carmine Marmo – direttore generale dell’Azienda Ospedaliera Federico II – rappresenta un importante spartiacque: la normativa impone infatti considerevoli ostacoli, anche di ordine tecnico che, di fatto, potrebbero riflettersi in un decremento delle probabilità di successo ad ogni singolo tentativo. I centri che operano nel settore si trovano pertanto in un momento di transizione, in cui sono chiamati a sviluppare strategie in grado di garantire, perlomeno, il mantenimento degli standard qualitativi sino ad ora ottenuti. Il rischio di una caduta dei risultati legato all’applicazione della nuova legge, può trovare una risposta solo in una gestione ottimale ed in un potenziamento delle risorse tecnologiche. Ed è in questa fase così delicata che le strutture dotate di maggiori risorse e con il bagaglio di esperienza più significativo come la nostra sono chiamate a svolgere sul territorio il proprio ruolo nel promuovere ed indirizzare i cambiamenti necessari”.
Un impegno condiviso anche dal dott. Vittorio Salemme, direttore generale dell’Azienda Policlinico SUN. “Lo scopo di un centro pubblico è di dare a tutte le coppie, senza differenza di stato sociale e di possibilità economica, la stessa chance di gravidanza. Un aspetto particolarmente interessante e che vorrei sottolineare è proprio la tipologia dell’utenza che si è avvalsa delle nostre prestazioni negli ultimi due anni: solo il 18% delle donne ha un titolo di studio di scuola media superiore mentre ben il 52% riferisce una scolarità inferiore agli 8 anni. Un dato che ben si correla con un’utenza al limite della indigenza economica che mai avrebbe potuto o potrebbe sostenere i costi di prestazioni private, ulteriore dimostrazione del ruolo sociale insostituibile che svolge il nostro centro, calato in una realtà del centro storico assai disgregata. D’altra parte lo stato non può avallare il concetto di sterilità come di una malattia curabile solo in rapporto al proprio status economico, ma deve permettere che ciascuna coppia veda realizzato il proprio desiderio riproduttivo”.
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