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17 Novembre 2003

FARMACI “INTELLIGENTI” PER DARE SCACCO AL CANCRO

Oggi a Milano il convegno AIOM “Aspetti innovativi nel trattamento dei tumori”

Milano, 15 novembre 2003 – Accerchiare il tumore, togliergli linfa vitale, impedire che conquisti terreno nell’organismo e colonizzi altri tessuti, bombardandolo direttamente con farmaci target-oriented: molecole selettive in grado di interagire con le cellule malate risparmiando quelle sane. L’obiettivo prioritario rimane quello di uccidere il tumore, ma quando ciò non è possibile, anche riuscire a circoscrivere la massa neoplastica e portarla alla cronicizzazione potrebbe rappresentare una conquista non di poco conto. Un po’ come è accaduto con il diabete o l’ipertensione e che oggi si sta prefigurando per l’Aids. Dopo le importanti vittorie ottenute nel secolo scorso, che hanno portato la sopravvivenza complessiva ad attestarsi al 50%, i ricercatori provano l’affondo da una strada fino ad ora inesplorata: fare terra bruciata intorno al tumore. La strategia, inimmaginabile fino a pochi anni fa, è oggi resa possibile dalle conquiste dell’ingegneria genetica e biomolecolare. “Negli ultimi 20 anni – afferma il prof. Alberto Scanni, direttore dell’oncologia medica del Fatebenefratelli di Milano e coordinatore dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) della Lombardia – le conoscenze nel campo della biologia tumorale ci hanno consentito di studiare i geni, i loro prodotti proteici, i vari aspetti del ciclo cellulare. Grazie all’identificazione di molecole che interagiscono con un difetto specifico, l’approccio della farmacologia antineoplastica è quindi radicalmente cambiato: si è passati cioè dalla cura della malattia attraverso una chemioterapia indistinta ad una terapia trasversale guidata sul difetto molecolare”. Questi nuovi scenari nella lotta contro il cancro sono al centro del convegno regionale “Aspetti innovativi nel trattamento dei tumori”, organizzato dall’AIOM Lombardia e in corso oggi nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Farmaci intelligenti, dunque. Capaci di colpire selettivamente la mutazione che da origine ad uno specifico tumore, riducendo sensibilmente la tossicità. O addirittura di guarire, come nel caso del Glivec, che ha di fatto rivoluzionato la terapia della leucemia mieloide cronica e dei tumori dello stroma gastrointestinale. Sicuramente – come spiega il prof. Scanni – capaci di migliorare la qualità di vita del paziente, alla luce della modesta insorgenza di effetti indesiderati, o della possibilità, in alcuni casi, di essere somministrati per via orale, permettendo quindi al malato di essere seguito in ambulatorio. Della ‘famiglia’ fanno parte anche altre molecole, che hanno aperto prospettive interessanti nella cura di tumori ad altissima frequenza, come il cancro della mammella (Herceptin), del polmone (Iressa), e dei linfomi (Mapthera) che anche in Lombardia rimangono i principali big killer. “A preoccupare – prosegue l’oncologo – è soprattutto il carcinoma polmonare la cui incidenza rimane altissima negli uomini (66,2 casi ogni 10.000 lombardi) ed è in costante aumento nelle donne (9,7 casi ogni 10.000, erano 5,9 20 anni fa), anche a causa dell’abitudine al fumo nel sesso femminile”.
Per questo – secondo Scanni – oltre a rallegrarsi dei progressi scientifici non bisogna trascurare la prevenzione. E qui arrivano le note dolenti. “In questo momento – sostiene infatti il direttore dell’oncologia del Fatebenefratelli – nell’ambito delle strutture ospedaliere lombarde le strategie preventive non sono sufficientemente perseguite. Ed è un vero peccato, perché investire risorse in questo campo non solo significa fare diagnosi precoce, curare per tempo i tumori e ottenere risultati in termini di guarigione, ma anche incidere positivamente sulla spesa. Lavorare sulla prevenzione costa poco, certamente meno di quanto si spende quando c’è una malattia conclamata”. Per Scanni, che nel caso specifico parla a nome dell’AIOM Lombardia, una soluzione ci sarebbe: “potenziare le strutture oncologiche della nostra Regione creando finalmente i Dipartimenti oncologici. In questo modo – conclude Scanni – si riuscirebbe a garantire una cura integrata al paziente, partendo proprio dalla prevenzione, senza comunque dimenticarsi dell’aspetto palliativo. Il paziente va considerato prima di tutto come persona, che non va cioè solo curato ma di cui bisogna prendersi cura”.
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