giovedì, 3 dicembre 2020
Medinews
5 Maggio 2009

EPATITE B CRONICA, CON ENTECAVIR STOP AI DANNI AL FEGATO

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Hong Kong, 16 febbraio 2009 – Dimostrata l’efficacia del trattamento a lungo termine. In Italia 700 mila persone colpite

Nuove conferme per entecavir, molecola di nuova generazione e antivirale orale ad alta barriera genetica per il trattamento dell’epatite B cronica. La molecola, scoperta nei centri di ricerca di Bristol-Myers Squibb e disponibile in Italia da oltre un anno, non solo raramente sviluppa resistenza virale (presentati nel 2008 i dati a 60 mesi), ma ora ha anche dimostrato, dopo sei anni di somministrazione, di essere in grado di ridurre i danni a carico del fegato nel 96% dei pazienti. È quanto emerge dallo studio ETV-901 i cui risultati sono presentati oggi al 19° Congresso dell’Asian Pacific Association for the Study of the Liver (APASL), in corso a Hong Kong, che riunisce circa 2.500 esperti: il trattamento a lungo termine con entecavir è stato associato alla riduzione dell’infiammazione epatica e della fibrosi e nel 100% di questi pazienti la carica virale era a livelli non rilevabili. È la prima volta che sono disponibili dati così favorevoli e per un periodo così lungo di osservazione in pazienti con epatite B cronica. Entecavir ha raggiunto questi risultati grazie alla sinergia fra la potenza nell’abbattere la carica virale e l’alta barriera genetica con la necessità per il virus di sviluppare almeno tre mutazioni per sfuggire all’effetto della molecola. Nello studio ETV 901, il trattamento a lungo termine (per sei anni) con entecavir è stato associato al miglioramento dell’istologia epatica, compresa la fibrosi, in pazienti affetti da epatite B cronica. Nell’ambito di questo studio sono stati valutati i risultati istologici a lungo termine in 57 persone non trattate in precedenza con un antivirale orale provenienti da due studi di fase III. Nel 96% dei pazienti (55 su 57) sono stati evidenziati miglioramenti nell’istologia epatica. Inoltre, nell’88% dei pazienti (50 su 57) si è manifestata la riduzione della fibrosi epatica (la formazione di tessuto cicatriziale nel fegato come reazione a un’infiammazione cronica che può essere causata dall’infezione da epatite B cronica). Il controllo della replicazione virale è un marker fondamentale nel trattamento dell’epatite B cronica: il 100% dei pazienti (57 su 57) nei quali è stata valutata la biopsia aveva una carica virale non rilevabile.

Purtroppo la percezione della gravità della malattia è ancora scarsa e preoccupa la mancanza di ricorso a cure appropriate. Sono sufficienti pochi dati per cogliere le dimensioni del problema: nel mondo vi sono circa 400 milioni di portatori cronici del virus e in Asia la diffusione dell’epidemia raggiunge cifre allarmanti. Ma qual è la situazione nel nostro Paese? Si stima che vi siano circa 700 mila portatori cronici in Italia, dove ogni giorno 57 persone muoiono per cirrosi o tumore del fegato. E oggi si stima che solo venticinquemila persone siano in terapia, ma molte di più potrebbero trarre beneficio da trattamenti efficaci per arrestare l’evoluzione della malattia. Se non trattata, infatti l’epatite B cronica evolve in cirrosi nel 10-20% dei casi ed in quasi la metà di questi si verifica il decesso per insufficienza epatica o epatocarcinoma. Nel corso dell’APASL sono stati presentati anche i risultati istologici dello studio ETV-060 condotto su pazienti giapponesi: nelle persone in cui è stata effettuata la biopsia di controllo a lungo termine, la carica virale era a livelli non rilevabili nel 100% dei pazienti naive (37 su 37) e nell’89% dei pazienti refrattari alla lamivudina (23 su 26).

Per maggiori informazioni sull’epatite è disponibile il sito www.epatiteb.info, in 9 lingue

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