venerdì, 26 febbraio 2021
Medinews
21 Marzo 2006

DIABETE: TRAPIANTO CELLULE PER LIBERARSI DA INSULINA

Miami, 12 maggio 2005 – ‘Non e’ una cura, e’ solo un trattamento che dev’essere perfezionato’ e la tecnica di trapianto di cellule pancreatiche per controllare il diabete di tipo 1 alla quale Camillo Ricordi sta lavorando da decenni e’ un lavoro in progress, dove occorre mettere a punto sempre nuove metodologie e farmaci efficaci. L’obiettivo e’ controllare e sconfiggere il diabete di tipo 1, che costringe migliaia di malati ad essere dipendenti da iniezioni di insulina e liberarli dalla somministrazione dell’ ormone. In Italia potrebbero beneficiare della metodologia di trapianto messa a punto dal ricercatore italiano Ricordi circa 30 mila malati e presto partira’ un progetto sperimentale in due centri (al S.Raffaele di Milano, che gia’ ha fatto 20 interventi) e all’ Ismet di Palermo. L’annuncio del progetto e’ stato dato dallo stesso Ricordi al convegno Italia-Usa in corso a Miami (promosso dall’ ambasciata italiana, dal consolato di Miami e dall’ Universita’ della Florida), nel quale lo studioso ha spiegato i particolari delle sue ricerche. Molti gruppi stanno lavorando nel mondo (anche in Italia) sui trapianti di cellule pancreatiche, ma Ricordi ha messo a punto un insieme di metodi per isolare, coltivare e trapiantare le cellule Beta e farle sopravvivere a lungo producendo insulina senza essere rigettate. Il diabete di tipo 1 e’ una malattia autoimmune provocata da una particolare reazione del sistema immunitario dell’ organismo, che attacca e distrugge le cellule del pancreas che producono l’insulina, l’ormone che controlla i livelli di zucchero nel sangue. Il gruppo di scienziati che lavora con Ricordi ha in questi mesi fatto un altro passo avanti: ha messo a punto un microstrumento che fa crescere le cellule Beta permettendo ai vasi del sangue di penetrare ed entrare in contatto con l’insulina che viene prodotta. Il trapianto viene effettuato inserendo le cellule del pancreas prelevate da donatore cadavere nel fegato del malato di diabete, con una piccola sonda che attraversa il sistema venoso. Qui le cellule si mantengono in vita producendo l’insulina necessaria. Secondo i dati che emergono dai trapianti effettuati all’ Universita’ di Miami, l’80% dei trapiantati ritorna con i parametri del sangue normali, senza gravi episodi di ipoglicemia. Inoltre, con l’avvento di farmaci immunosoppressori, in grado cioe’ di controllare il rigetto di cellule da donatore, la sopravvivenza della funzionalita’ delle isole pancreatiche e’ dell’ 80% a quattro anni; mentre prima dell’ avvento dei nuovi medicinali era del 10%. Il problema principale, ha spiegato Ricordi, non e’ nel trapianto ma nella protezione dal rigetto e nell’ induzione della tolleranza; si tratta cioe’ di trovare il miglior equilibrio possibile tra il sistema immunitario dell’ organismo e le cellule estranee trapiantate che producono insulina. Proprio oggi sulla rivista inglese ‘Nature’, l’equipe di Ricordi e altri ricercatori dell’ Universita’ di Harvard hanno fatto un altro passo avanti nella scoperta dei meccanismi che portano al diabete di tipo 1: sono le cellule T, chiamate citotossiche, a fare i primi passi per scatenare la malattia. Queste cellule ‘attaccano’ (non si sa ancora bene per quale motivo) una piccola porzione della molecola dell’ insulina e questo processo porta a morte le cellule che producono l’ormone. Questo suicidio cellulare potrebbe, secondo Ricordi, essere contrastato attraverso migliaia di cellule trapiantate che funzionano come una fabbrica per produrre l’insulina.
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