venerdì, 27 novembre 2020
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4 Novembre 2004

DIABETE: DIMEZZATO IL RISCHIO DI MALATTIA RENALE. LA “SALVEZZA” ARRIVA DA UN VECCHIO FARMACO

sez,371

I risultati dello studio italiano “Benedict” sul New England Journal of Medicine. Una ricerca condotta dal Mario Negri e dal Centro “Aldo e Cele Dacco” dimostra
che la cura con Ace inibitore previene le complicanze in un malato su due

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Milano, 4 novembre 2004 – Per circa la metà dei pazienti ipertesi e con diabete di tipo 2 oggi è possibile prevenire il danno renale, anticamera della dialisi. Una normale cura antipertensiva (un Ace inibitore, sia in monoterapia che in combinazione con un calcioantagonista) si è infatti dimostrata in grado di controllare, in un malato su due, l’insorgenza della microalbuminuria, vale a dire il primo segnale di rischio per la nefropatia, la più grave tra le varie complicanze del diabete. La malattia renale, oltre a condannare alla dialisi, aumenta infatti di 10 volte il rischio d’infarto e di altre patologie coronariche. Il dato, di grande rilevanza scientifica, emerge dallo studio BENEDICT (BErgamo NEphrologic DIabetes Complication Trial), condotto su 1204 pazienti dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dal Centro di Ricerche Cliniche per le Malattie Rare “Aldo e Cele Dacco” di Milano, e i cui risultati verranno pubblicati sul numero di novembre del New England Journal of Medicine. “L’obiettivo principale dello studio – afferma il prof. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Bergamo – era appunto quello di valutare la possibilità di prevenire o ritardare la comparsa della nefropatia diabetica in pazienti ipertesi affetti da diabete mellito non insulino dipendente e senza alcun segno di danno renale, utilizzando in combinazione fissa (1 sola pillola al giorno) un inibitore dell’enzima di conversione (trandolapril) e un calcioantagonista (verapamil), molecole standard nella cura dell’ipertensione arteriosa. L’idea era suffragata dai risultati di precedenti ricerche, che non solo avevano evidenziato l’efficacia delle due categorie di farmaci nel proteggere il rene dai danni causati dal diabete, ma che questi ipertensivi erano in grado di dare risultati ancora migliori se impiegati più precocemente”.

Il diabete è una malattia provocata da una carenza, che può essere totale o parziale, di insulina, ormone secreto dalle beta-cellule di una zona del pancreas chiamata ‘isole di Langerhans’. In particolare, il diabete di tipo 2, o dell’età matura, è generalmente non insulino-dipendente, si manifesta di solito dopo i 60 anni e nelle persone in sovrappeso; esiste una carenza parziale di insulina per scarsa funzionalità delle cellule beta delle isole di Langherhans o per una minore utilizzazione dell’insulina presente in circolo anche se in quantità eccessiva. In Italia, i pazienti diabetici noti sono attualmente oltre 1.500.000, ma le proiezioni indicano che nel 2025 questa cifra salirà a 3.300.000. L’insieme dei dati attualmente disponibili consente di definire l’incidenza dei nuovi casi di diabete di tipo 1 nella nostra nazione, anche se quasi esclusivamente limitata all’età preadolescenziale (meno di 15 anni), con valori variabili da 7 a 11 nuovi casi per 100.000 persone. Questi valori sono sostanzialmente simili a quelli americani ed europei, con la punta massima rappresentata dalla Finlandia con 42 nuovi casi. A tutt’oggi siamo però ancora lontani dall’avere una conoscenza completa della diffusione del diabete di tipo 2 (oltre il 90% nel mondo, circa il 95% in Italia). Per quanto riguarda l’Italia si osserva una prevalenza media nella popolazione generale intorno al 3%, che sale al 5.6% qualora si consideri anche il diabete non diagnosticato e la fascia d’età compresa fra i 45 e i 55 anni. La vera spada di Damocle del diabetico è che la sua patologia possa degenerare nelle complicanze, appannaggio soprattutto di occhi, reni, sistema nervoso e cardiovascolare. Tra queste, la nefropatia diabetica è sicuramente la più grave: insorge generalmente dopo circa 10 anni di diabete e colpisce il 30% dei malati. Attualmente non è possibile capire quali saranno i diabetici che svilupperanno il danno renale: di sicuro un diabete mal controllato e la presenza di ipertensione aumenta notevolmente questo rischio.
“Lo studio BENEDICT – spiega il dott. Piero Ruggenenti, che ha coordinato la ricerca – è iniziato nel 1997 ed ha seguito per tre anni e mezzo 1.204 pazienti affetti da entrambe le patologie. Per verificare l’ipotesi iniziale i malati sono stati suddivisi in 4 gruppi: al primo sono stati somministrati i farmaci antipertensivi prescritti dal medico curante; il secondo è stato curato con l’Ace inibitore trandolapril in monoterapia; il terzo con il calcioantagonista verapamil, sempre in monoterapia; l’ultimo con l’associazione fissa trandolapril – verapamil. Al termine della nostra ricerca solo a 101 pazienti è stata riscontrata albumina nelle urine (microalbuminuria). Di questi 17, appartenevano al gruppo in terapia combinata fissa trandolapril+verapamil; 18 a quello in monoterapia con trandolapril; 36 al gruppo in monoterapia con verapamil; infine, 30 al gruppo considerato placebo, quello cioè trattato con i farmaci già in uso. I risultati sono dunque evidenti e sono andati oltre le aspettative: il trandolapril da solo ha abbassato infatti del 50% il rischio di sviluppare la microalbuminuria, dato sovrapponibile a quello riscontrato nella combinazione fissa con il verapamil. Questa scoperta dimostra quindi che nei pazienti ipertesi con diabete di tipo 2 e normoalbuminuria, un semplice ACE inibitore possa diventare il farmaco di prima scelta per il controllo della pressione arteriosa e per la prevenzione dell’insorgenza di nefropatie.Che significa anche e soprattutto limitare l’eccesso di morbilità e mortalità cardiovascolare”.
Positivo il commento del prof. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. “I risultati – sostiene Garattini – mettono in luce quanto l’Italia, nel campo della ricerca clinica, sia considerata tra i Paesi che negli ultimi anni hanno dato i maggiori contributi. Non solo: recentemente la rivista Nature ha pubblicato un articolo che dimostra come il nostro Paese sia all’avanguardia mondiale anche nel campo della matematica, della fisica e nel settore biomedico. Lo studio Benedict, realizzato grazie all’aiuto dell’industria ma il cui disegno sperimentale, il monitoraggio, l’analisi dei dati e la pubblicazione sono completamente indipendenti, rappresenta quindi un’ulteriore conferma. Per questo dico che è importante che le nostre eccellenze scientifiche vengano riconosciute e incoraggiate con finanziamenti adeguati anche da parte del pubblico: c’è sempre molto bisogno di ricerca indipendente, in particolar modo sui farmaci”.
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