venerdì, 27 novembre 2020
Medinews
23 Giugno 2007

CUORE: DALLE CELLULE STAMINALI IL PRIMO ‘PACEMAKER BIOLOGICO’

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Rigenerate le cellule cardiache danneggiate. Per il battito troppo frequente arriva invece una nuova molecola. Per la prima volta la frequenza diventa una variabile biologica modificabile e i cardiologi la aggiungono agli altri fattori di rischio

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Bologna, 23 giugno 2007 – Tra qualche anno verrà impiegato nell’uomo il primo pacemaker ‘biologico’: la rivoluzione è stata ottenuta negli animali da laboratorio iniettando o veicolando geni o cellule staminali nel cuore malato, in grado di generare un pacemaker naturale riparando o sostituendo le cellule cardiache danneggiate. I vantaggi: niente più operazione chirurgica d’impianto, complicanze minori e un approccio fisiologico per curare il cuore troppo lento, vantaggi potenziali soprattutto nei bambini, in cui l’impianto del pacemaker rimane a tutt’oggi problematico. Quando invece il problema è l’opposto, e il cuore batte troppo veloce, sta per arrivare anche in Italia un nuovo farmaco che sostituisce i precedenti in quanto agisce solo sulla frequenza senza togliere forza al cuore già malato. Due buone notizie che giungono dal XIX congresso dell’International Society for Heart Research (ISHR) che si è aperto ieri in contemporanea a Bologna, Ferrara, Padova e Pavia, ospitando fino al 25 giugno l’élite mondiale dei ricercatori, tra i quali i Nobel Louis Ignarro e Aaron Ciechanover. “Per la prima volta – afferma il prof. Roberto Ferrari, presidente del Congresso e della ISHR – si sostituisce il segnapassi, cioè il pacemaker fisiologico del cuore, ammalato, con uno sempre fisiologico ma sano. E all’ISHR, congresso che finalmente siamo riusciti a portare in Italia, ospitiamo i principali ricercatori in questo settore e in altri più avanzati nella terapia cardiovascolare”. “A essere ottimisti – precisa il prof. Claudio Rapezzi della Cardiologia dell’Università di Bologna – anche alla luce dei rapidi progressi tecnologici e degli investimenti che specie all’estero stanno avvenendo in questo campo, le prime applicazioni cliniche sull’uomo del pacemaker biologico potrebbero arrivare tra qualche anno”. Ma la novità immediata che giunge dall’ISHR si chiama ivabradina, farmaco innovativo frutto di una scoperta italiana. “Fino ad ora – spiega il prof. Ferrari – per abbassare un ritmo cardiaco eccessivo avevamo a disposizione due classi di farmaci che purtroppo avevano altri effetti, spesso negativi, soprattutto l’abbassamento della contrattilità e della funzione di pompa del cuore. Adesso per la prima volta possiamo contare sull’ivabradina, un bradicardizzante ‘puro’”.

Una frequenza cardiaca eccessivamente elevata, comunque superiore a 70 battiti al minuto, è un fattore di rischio per molte malattie cardiovascolari sia in chi è apparentemente sano, quindi per la prevenzione primaria, sia specialmente nell’individuo che ha già avuto una patologia cardiaca come infarto, angina, scompenso cardiaco. Mentre per quest’ultima condizione, l’ivabradina, che agisce sui canali ‘If’ individuati dal prof. Dario Di Francesco, è in corso di valutazione in due studi su complessivi 15.000 pazienti, l’Emea, agenzia europea sui medicinali, l’ha già approvata per l’angina in virtù degli ottimi risultati di uno studio con 5.000 pazienti, un’indicazione presto recepita dalla maggiore parte dei paesi della Comunità europea dove il farmaco è già disponibile per curare ritmi troppo alti e abbassare il rischio di eventi cardiovascolari. I medici si stanno perciò prendendo cura di tutte le variabili, oltre a pressione, colesterolo e giro-vita (al posto del peso), anche la frequenza cardiaca accelerata diventa un fattore di rischio da tenere sotto controllo. L’arrivo dell’Ivabradina è imminente anche in Italia.
Ma anche un ritmo cardiaco eccessivamente lento, comunque inferiore ai 40 battiti al minuto, può essere indice di malattia, in particolare bradiaritmie, condizioni in cui il cuore va troppo piano per colpa di un possibile cattivo funzionamento di un gruppo di cellule cardiache che costituiscono il nodo seno-atriale, il nostro pacemaker fisiologico. Proprio quello che i ricercatori provano a rigenerare. “La ricostruzione del segnapassi – spiega il prof. Rappezzi – è partita dal nodo seno-atriale. Vi sono poi altre malattie, sempre caratterizzate da un ritmo lento, legate al malfunzionamento dell’altro nodo, quello atrio-ventricolare, ancora non oggetto di applicazione di questa tecnica”. Gli studi finora condotti con il pacemaker biologico sono stati fatti sugli animali – maiali, cavie e cani – mediante iniezione o veicolazione, tramite vettori virali o cellule staminali, di geni capaci di aumentare, quando necessario, il ritmo lento impresso dal gruppo di cellule malate. “Sono state utilizzate cellule mesenchimali condizionate ad orientarsi nella funzione di segnapassi”, spiega il prof. Rapezzi. “Molto c’è ancora da fare, soprattutto sul fronte della sicurezza delle piattaforme (i vettori) che portano i geni al cuore, per assicurasi che non migrino in altri distretti dell’organismo dando origine a problemi collaterali”, precisa il prof. Michael Rosen, ricercatore di punta che se ne è occupato con il proprio gruppo di studio del Centro terapie molecolari della Columbia University di New York, ospite dell’ISHR, in un recentissimo editoriale sulla massima rivista internazionale di settore, Heart. In un primo tempo il pacemaker naturale potrebbe funzionare in tandem cioè assieme a quello elettronico attualmente impiantato che agirebbe da sentinella del gemello biologico. Ma in futuro, se tutto andrà per il meglio, hanno commentato gli esperti all’ISHR, potrebbe anche sostituirlo.
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