Medinews
2 Aprile 2020

COVID-19, PEDIATRI DI FAMIGLIA: “IL BAMBINO SINTOMATICO VA CONSIDERATO CASO SENTINELLA DI POSSIBILI CONTAGI INTRA-FAMILIARI”

Il Presidente FIMP Paolo Biasci: “Non condividiamo la tesi di chi vuole effettuare i tamponi ai bambini solo nei casi gravi. I più piccoli sono in isolamento domestico ormai da settimane e l’epidemia influenzale stagionale si sta esaurendo. Se si ammalano vuol dire che sono stati contagiati dagli adulti, magari asintomatici. Servono tamponi e analisi sierologiche per mappare l’epidemia e contenerla”
Roma, 02 aprile 2020 – “A questo punto dell’epidemia non condividiamo la tesi di chi afferma che i tamponi sui bambini debbano essere eseguiti solo in caso di febbre che perduri elevata per tanti giorni o di sintomi gravi. Il tampone sui bambini non serve di per sé ai bambini stessi, che nella stragrande maggioranza dei casi manifestano la COVID-19 con sintomi medio-lievi, ma è necessario per mettere in evidenza il pericoloso fenomeno della diffusione intra-familiare dell’infezione da parte di adulti asintomatici, pre-sintomatici o pauci-sintomatici. I bambini sono chiusi in casa ormai da settimane. Se manifestano sintomi di infezione ascrivibili a sintomi “influenzali” (anche non gravi) devono essere considerati casi sentinella di un possibile trasmissione intra-familiare del SARS-CoV-2, anche se gli adulti con cui convivono risultano asintomatici. Eseguire tamponi e analisi sierologiche sul cluster familiare ci aiuta a rilevare i positivi e gli immuni, ovvero a mappare l’epidemia e a pensare al futuro. Partiamo dalle famiglie per censire la diffusione del virus sul territorio, senza rompere l’isolamento domestico e rischiare di amplificare il contagio”. Questo l’appello di Paolo Biasci, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri. “Abbiamo predisposto una nuova flow-chart per i pediatri di famiglia – prosegue Mattia Doria, Segretario nazionale alle Attività Scientifiche ed Etiche della FIMP -. In presenza di segni di infezione non riconducibili in maniera evidente ad altre malattie, dobbiamo trattare il bambino come caso sospetto di Covid-19. Dobbiamo esercitare il principio di precauzione e assumere, per prudenza, che tutte le patologie acute che insorgono nei più piccoli in un periodo di mancata esposizione sociale tranne gli stretti conviventi, siano infezioni da Covid-19 fino a prova contraria. Ciò che è sempre più importante, con l’evolversi dell’epidemia, non è più o non solo il riconoscimento dei pazienti gravi ma l’interruzione della circolazione del virus tra la popolazione apparentemente sana”. “L’isolamento domestico, nel panorama epidemiologico attuale caratterizzato dal crollo dell’epidemia influenzale stagionale e dalla netta riduzione delle altre patologie infettive e di organo – riprende Biasci – è un elemento importante per definire la linea di contagio. Il bambino con sintomi infettivi, anche lievi o aspecifici, può essere infatti il primo segnale di diffusione del virus in un possibile contesto familiare di genitori positivi asintomatici che, se non riconosciuto, continueranno inconsapevolmente a uscire di casa e ad avere contatti sociali nei contesti più comuni, dal lavoro alla spesa al supermercato”. “L’evoluzione epidemiologica pediatrica dell’infezione da Covid-19, al di là di sporadici casi letali segnalati negli USA e in alcuni Paesi Europei – spiega Doria – si conferma essere caratterizzata da una sintomatologia prevalentemente di gravità medio-lieve, che si manifesta anche con segni e sintomi non di tipo respiratorio. Sintomi che devono essere considerati con attenzione all’interno del triage telefonico con il genitore e il monitoraggio clinico delle condizioni di salute”. “L’esperienza che stiamo raccogliendo sul campo con il coinvolgimento di migliaia di pediatri di famiglia – sottolinea il Presidente Biasci – mette in evidenza che il diffondersi dell’epidemia di Covid-19 ha determinato un deciso sovvertimento di approcci clinico-assistenziali consolidati, sia per i servizi sanitari pubblici che per i medici delle cure primarie, costringendo a cambiarli, anche rapidamente, più volte nel divenire della situazione epidemiologica. In non pochi casi la diagnosi di positività al Covid-19 nei genitori e gli adulti conviventi e in un secondo momento dei figli nostri assistiti, è avvenuta senza che sia stata documentata un’esposizione certa a situazioni o rischi identificabili con il triage telefonico. Questo è il segno che il contagio si è verificato casualmente, in modo non prevedibile, nei luoghi frequentati dagli adulti”. “In un contesto di circolazione del virus, attualmente non controllata e di diffusione locale dell’infezione – conclude Biasci – per contribuire in modo significativo al contenimento della diffusione del contagio, si rende sempre più necessario segnalare i bambini sospetti ai Servizi Sanitari locali, secondo le modalità attivate dalle Regioni e Province autonome, per favorire l’esecuzione del test diagnostico anche sui familiari. In questa emergenza, rinnoviamo l’appello alle istituzioni sanitarie italiane e alla task-force nazionale di volerci considerare a disposizione per contribuire ad un approccio all’epidemia a 360°: per ridurre l’accesso ai Pronto Soccorso e il rischio di ricorso alle Terapie Intensive dobbiamo sempre più e sempre meglio lavorare sulla prevenzione e sull’intercettazione precoce”.
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