martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
14 Ottobre 2008

CONGRESSO AIOM 2005 ARRIVA IN ITALIA IL FARMACO CHE AFFAMA IL TUMORE. AUMENTA LA SOPRAVVIVENZA DEI PAZIENTI CON METASTASI

Oltre 37.000 gli italiani che ogni anno si ammalano di un carcinoma del colon

Scarica la cartella stampa



Napoli, 19 ottobre 2005 – Si chiama bevacizumab ed è la nuova speranza per gli oltre 37.000 persone che ogni anno vengono colpite da un tumore del colon nel nostro Paese. Disponibile da oggi anche in Italia, è il primo farmaco antiangiogenetico, in grado di “affamare” il tumore, bloccando l’afflusso di sangue indispensabile alle cellule neoplastiche per alimentarsi. Nato dall’ipotesi di Judah Folkman e sviluppato dal ricercatore italiano Napoleone Ferrara, bevacizumab è il capostipite di una nuova classe di farmaci che, combinata con altri chemioterapici, aumenta in modo significativo la sopravvivenza, garantendo una buona qualità di vita per il malato. Impiegato come farmaco di prima linea in associazione con la chemioterapia in pazienti con un tumore già in fase metastatica, il bevacizumab incrementa sia la sopravvivenza libera da malattia, sia la sopravvivenza globale. “In uno studio di fase III, condotto su oltre 900 pazienti – conferma il prof. Roberto Labianca, presidente nazionale dell’AIOM – l’aggiunta di bevacizumab alla terapia convenzionale ha aumentato del 30% la sopravvivenza globale e del 71% la sopravvivenza libera da malattia. Dati clamorosi per un tipo di tumore in rapida crescita in tutti i Paesi occidentali e considerato un big killer: provoca, infatti, 17 mila decessi in Italia e 500 mila nel mondo.

Ogni giorno in Italia 101 persone si ammalano di tumore del colon. Sotto accusa l’alimentazione troppo ricca di grassi, il soprappeso, l’obesità e la scarsa attività fisica. Negli ultimi 20 anni si è assistito ad un’esplosione delle conoscenze nel campo della biologia tumorale: grandissime speranze aveva generato in tutto il mondo il lavoro di Folkman che oggi trova nel bevacizumab la prima applicazione pratica. “L’angiogenesi – spiega il prof. Giampaolo Tortora, oncologo medico della Federico II di Napoli – consiste nella creazione di nuovi vasi sanguigni. Il fattore fondamentale che regola il processo fisiologico è il Vascular Endothelial Growth Factor (VEGF). Come avviene per i tessuti sani, anche per i tumori solidi l’accrescimento e la sopravvivenza dipendono dalla presenza di una estesa rete di vasi sanguigni. Inoltre, la capacità del tumore di formare metastasi dipende in grande misura dallo sviluppo di una propria vascolarizzazione. Per il proprio sviluppo il tumore deve conquistare l’accesso alla vascolarizzazione del malato e creare una propria vascolarizzazione.



Il bevacizumab – prosegue Tortora – è certamente il farmaco anti-VEGF maggiormente avanzato nella ricerca clinica e, ad oggi, il più efficace: inibisce, per esempio, la formazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, limitandone l’accrescimento e migliora la penetrazione e l’efficacia di farmaci antitumorali a livello del cancro e la sensibilità alla radioterapia”.Questo meccanismo così innovativo ha già portato i ricercatori a studiare la molecola in numerosi tipi di tumori come il polmone, la mammella, ovaio, pancreas. “I primi dati sono particolarmente incoraggianti – sottolinea il prof. Labianca – e vedono anche l’Italia in un ruolo d’avanguardia”.
Questi traguardi erano tra le priorità degli oncologi medici italiani. “Le scoperte di biologia molecolare – sostiene il prof. Emilio Bajetta, presidente entrante dell’AIOM – consentiranno in un futuro ormai prossimo un “tailored treatment” su un dettagliato profilo molecolare della neoplasia, arrivando cioè ad una personalizzazione della terapia. Compito dell’AIOM, oggi come in passato, è di coordinare gruppi di studio ad hoc, chiamati per esempio a ridefinire i criteri di valutazione della risposta dei farmaci. E’ necessario inoltre stabilire anche nuovi parametri predittivi di questa risposta (selezione dei pazienti, anche in ragione di una ottimizzazione della cura visto i costi elevati); definire la durata della terapia in caso di combinazione con i chemioterapici e, di conseguenza, la modalità di somministrazione (non più per cicli come con la chemioterapia ma in modo continuativo). Al termine di questo lavoro dovranno essere redatte nuove linee guida”.
TORNA INDIETRO