lunedì, 30 novembre 2020
Medinews
21 Marzo 2006

COLON RETTO, EFFICACE LA ‘CHEMIO’ IN COMPRESSE. MENO RICOVERI E MIGLIOR QUALITA’ DI VITA PER I PAZIENTI

Milano, 10 giugno 2005 – Alcune compresse, a colazione e a cena, per due settimane; quindi sette giorni di ‘vacanza’ dal farmaco. Detta così sembra l’indicazione di una terapia antibiotica per curare una qualsiasi infezione. Invece parliamo di cancro e le compresse in questione sono un chemioterapico, la capecitabina, per la cura del tumore del colon retto, la terza neoplasia per diffusione nella popolazione italiana, con circa 35.000 casi registrati ogni anno e 17.000 morti. La molecola è stata la prima disponibile in formulazione orale nei malati in stadio avanzato ed ha rappresentato un passo avanti enorme nell’approccio a questo big killer. Uno studio su più di 2000 pazienti nel mondo ha dimostrato notevole efficacia anche nelle fasi precoci della malattia, subito dopo l’intervento chirurgico (terapia adiuvante). “I risultati sono stati così eclatanti che l’EMEA, ente europeo per la registrazione dei farmaci, ha autorizzato questa nuova indicazione in tutta Europa – afferma il prof. Emilio Bajetta, direttore del dipartimento di oncologia medica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano e presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) – la capecitabina ha offerto performance migliori rispetto alla terapia standard con 5-fluorouracile, riducendo le recidive di malattia valutate dopo tre anni dall’intervento chirurgico, a favore della sopravvivenza e della qualità di vita. L’altro vantaggio da non sottovalutare è che il farmaco può essere assunto dal malato al proprio domicilio, il che significa niente più ricoveri frequenti in ospedale e cicli di cura debilitanti, applicazione chirurgica di cateteri venosi e uso di dispositivi di infusione, con un comprensibile ed oggettivo miglioramento della qualità di vita. La cura – prosegue il prof. Bajetta – ha inoltre mostrato minori effetti collaterali, in particolare sono diminuiti sensibilmente la perdita di capelli, gli episodi di diarrea e le stomatiti. Ottimi risultati sono stati ottenuti anche in caso di combinazione con altri farmaci, come l’irinotecan e l’oxaliplatino”. Altra novità di rilievo è la disponibilità all’Istituto dei Tumori di Milano di uno dei farmaci più attesi e promettenti nella cura sempre del tumore del colon: il bevacizumab, farmaco antiangiogenetico capace cioè di bloccare la crescita dei vasi sanguigni che nutrono il tumore, impedendogli così di crescere. “In Italia – conferma il prof. Bajetta – il bevacizumab sarà presto disponibile. All’Istituto dei Tumori al momento abbiamo la possibilità di utilizzarlo in quei pazienti selezionati che rientrano in specifici criteri di inclusione”. Questi importanti progressi sono tra i temi in discussione della XIV Riunione nazionale del Gruppo ITMO (Italian Trials in Medical Oncology) dal titolo “La terapia medica delle neoplasie dello stomaco e del colon retto”, in corso oggi proprio all’Istituto dei Tumori di Milano.

Da male innominabile (o quasi) a patologia curabile, quando non addirittura guaribile. L’aumento della sopravvivenza dei pazienti colpiti dal cancro, oltre a rappresentare una svolta storica e un progresso decisivo nella storia della medicina degli ultimi 20 anni, ha modificato radicalmente il vissuto degli stessi pazienti, facendo crescere proporzionalmente la domanda di una migliore qualità sia delle cure che della vita, qualunque sia la prognosi. Gli oncologi medici, e in prima battuta i ricercatori, sono dunque chiamati ad assicurare questa qualità, utilizzando terapie anticancro sempre più rispettose, che consentano una quotidianità il più possibile ‘normale’. Per questo la messa a punto di farmaci che possono essere presi per bocca come un semplice analgesico rappresentano un vantaggio straordinario. “Chi ha un tumore – spiega il prof. Bajetta – peggiora sensibilmente le sue condizioni generali. Due terzi dei malati soffrono di dolore, il 20% ha vomito nelle 24 ore successive alla chemioterapia, tutti poi subiscono il contraccolpo psicologico della diagnosi: una prostrazione psicofisica che può causare l’allontanamento dalla terapia e diminuire anche del 10% la risposta al trattamento anticancro”. Notizia ulteriormente importante, la capecitabina ha di recente ottenuto il via libera dalla Commissione Europea anche per il trattamento adiuvante (post operatorio) del tumore del colon. I risultati degli studi presentati a supporto hanno confermato un’efficacia paragonabile alla terapia standard per quanto riguarda la sopravvivenza libera da malattia ma con una maggiore riduzione del rischio di recidiva. Inoltre un paziente trattato con capecitabina aveva bisogno in media di solo 8 visite in ospedale rispetto alle 30 richieste per il trattamento standard. Dato questo che conferma quello di un altro studio multicentrico di fase III, condotto su 602 pazienti in 59 centri in Europa, Israele, Australia, Nuova Zelanda e Taiwan. “In questo caso – ha illustrato il prof. Bajetta – il numero di incontri con il medico per la somministrazione dei farmaci è risultato estremamente ridotto per i pazienti in cura con capecitabina rispetto a quelli in terapia con 5-Fluorouracile e Leucovorin (2.109 contro 7.625: -72%). Questa differenza è in gran parte legata al fatto che i pazienti del gruppo 5-FU/LV erano costretti a recarsi in ospedale per ogni somministrazione, cioè 5 volte nell’arco di 28 giorni. Nell’87,8% dei casi la permanenza in ospedale era inferiore alle due ore, ma il 5,5% dei malati in terapia combinata è stato costretto a passare la notte in reparto, evento mai verificatosi invece tra i pazienti trattati con capecitabina”. Interessante anche il dato riguardante gli effetti collaterali. “Grazie alla migliore tollerabilità del farmaco – prosegue l’oncologo – solo l’11,8% dei pazienti trattati con capecitabina è stato ricoverato per le conseguenze della chemio, contro il 15,7% del gruppo di controllo: i giorni complessivi di ricovero sono stati comunque inferiori del 30%”.
In assenza di fattori di rischio specifici – una dieta ricca di grassi e povera di fibre è considerata predisponente così come avere pareti di primo grado affetti da questo tumore – la probabilità che una persona sviluppi il tumore a 50 anni è una su 800, a 60 anni è una su 650. Come per altri tipi di tumore – conclude il prof. Bajetta, – anche per la neoplasia del colon-retto la percentuale di sopravvivenza è strettamente correlata allo stadio di avanzamento della malattia al momento della diagnosi. Oggi, grazie alla prevenzione, ad una maggiore attenzione da parte dei cittadini e alla diffusione degli screening, nell’80% dei casi il cancro viene scoperto in tempo e il paziente guarisce. Per il restante 20% la percentuale di sopravvivenza si riduce fino al 6%”.
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