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Medinews
14 Ottobre 2008

CERVELLO, PIÙ SPERANZE CON LA TERAPIA COMBINATA. TEAM ITALIANO SCOPRE UNA NUOVA STRATEGIA DI CURA

Il trattamento prolungato con temozolomide migliora sopravvivenza e qualità della vita in pazienti con glioblastoma, causa di 125.000 morti ogni anno nel mondo

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Palermo, 14 ottobre 2007 – Il nostro Paese si conferma leader nella ricerca internazionale sul glioblastoma, il più temuto tumore cerebrale. Uno studio tutto italiano condotto su 103 pazienti ribadisce, anzi migliora, i dati internazionali sulla terapia con temozolomide, un chemioterapico orale, associata a radioterapia nel trattamento postchirurgico di questo tumore. La ricerca è stata presentata per la prima volta ai 3.000 esperti riuniti per il Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia medica (AIOM) in corso fino al 15 ottobre a Palermo, suscitando grande interesse per un tipo di cancro di cui si parla poco ma con profondi risvolti medico-sociali. “Fino ad oggi lo standard prevedeva 6 cicli di terapia – spiega la prof. Alba Brandes, Direttore della Divisione di Oncologia medica all’Ospedale Bellaria-Maggiore di Bologna e responsabile della ricerca -. Noi abbiamo voluto capire se un prolungamento della terapia apportasse vantaggi significativi per i pazienti. E i dati hanno confermato la nostra intuizione: la somministrazione di 12 cicli, il doppio dello standard ha migliorato il tempo alla progressione ma soprattutto la sopravvivenza. Siamo passati da un tempo a progressione di 6,9 a 12 mesi e da una mediana di sopravvivenza di 14,6 a 21 mesi. Questo trattamento si dimostra inoltre ben tollerato e permette una buona qualità della vita per i malati”. Lo studio italiano sottolinea anche l’importanza della valutazione genetico-molecolare di una variante del gene MGMT come fattore chiave per l’efficacia della molecola in questi pazienti. Il vantaggio del trattamento prolungato e le correlazioni prognostiche con questo gene sono state segnalate per la prima volta dal team della prof. Brandes.

Il glioblastoma è una patologia altamente aggressiva: rappresenta il 12-15% di tutti i tumori del cervello e il 50-60% di quelli astrocitari, con un’incidenza nel mondo di 175 mila casi e 125 mila decessi. Non vi sono fattori di rischio conosciuti: in rarissimi casi è stata documentata una familiarità ma non una vera e propria ereditarietà. “Si tratta di numeri statisticamente importanti ma che acquistano un significato ancora più rilevante visto il forte impatto sociale di questa patologia – prosegue la prof. Brandes -: il glioblastoma infatti può colpire persone giovani, nel pieno della propria lavorativa ed affettiva, che più risentono della perdita di produttività, autosufficienza e ruolo nella famiglia e nella società. Per questo i risultati con temozolomide sono così rilevanti: perché oltre a migliorare la sopravvivenza mostrano anche una buona tollerabilità della molecola e permettono quindi una migliore qualità della vita per i malati”. Lo studio italiano conferma l’efficacia del trattamento combinato nei pazienti operati per glioblastoma multiforme di nuova diagnosi, già dimostrata in un importante ricerca internazionale condotta dall’Organizzazione Europea per la Ricerca e la Cura del Cancro (EORTC) e dal National Cancer Institute del Canada (NCIC). “Le differenze tra i nostri risultati e quelli dell’indagine europea – sottolinea la Brandes – si possono spiegare con l’ipotesi che lo studio EORTC/NCIC abbia da un lato sovrastimato le progressioni, interpretando come tali le alterazioni radiologiche indotte dalla terapia, dall’altro l’abbia sospesa a pazienti che presentavano ancora tumore in atto. In entrambi i casi sarebbe stata interrotta prematuramente una terapia efficace, con gravi ripercussioni per il paziente”. Da oggi, grazie ai dati italiani, dovrebbe mutare l’approccio terapeutico nei confronti di questo tumore. Ma i ricercatori di Bologna hanno messo in evidenza un altro importante fattore prognostico, la variante metilata (inattivata) del gene MGMT. In caso di resistenze alla temozolomide, è stato infatti dimostrato il ruolo chiave svolto dall’enzima MGMT nel riparare il danno indotto dai farmaci e, quindi, nel proteggere la cellula tumorale. Viceversa, quando MGMT è inattivato, la chemioterapia svolge un’azione determinante nella sopravvivenza. “Nei pazienti portatori della variante metilata (35% del totale) – spiega la prof.sa Brandes – la mediana di sopravvivenza è stata di 38 mesi contro i 22 dello studio EORTC, mentre in quelli con gene non metilato non siamo andati oltre i 17 mesi contro i 13 mesi dell’EORTC. Nel nostro studio, inoltre, il 44% dei pazienti con gene metilato è vivo a quattro anni dalla diagnosi, contro il 10% in assenza di metilazione”. “Il lavoro dell’équipe bolognese rappresenta un significativo passo in avanti a tutto vantaggio dei pazienti – sottolinea il prof. Marco Venturini, Tesoriere dell’AIOM – e conferma il ruolo di primo piano della nostra oncologia a livello internazionale. Ruolo che è ormai riconosciuto sia per numero di pubblicazioni, l’Italia è al terzo posto al mondo, che per il livello di qualità raggiunto nell’assistenza ai pazienti. Gli ultimi dati dimostrano come il nostro Paese possa vantare indici di sopravvivenza chiaramente superiori alla media e migliori di paesi come Gran Bretagna, Francia e Germania”.
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