martedì, 1 dicembre 2020
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18 Aprile 2007

CANCRO, RIPROGETTARE GLI SPAZI INTORNO AI MALATI E PIÙ ASCOLTO PER I BISOGNI DI PAZIENTI E FAMILIARI

Di tumore si muore meno grazie alla ricerca, ma per migliorare l’assistenza serve maggiore impegno sin dai banchi delle università. E una nuova visione architettonica

Milano, 18 aprile 2007 – Insegnare ai futuri medici a comunicare con il paziente e ri-progettare le strutture sanitarie “intorno” alla persona e ai suoi bisogni. Queste le ricette per una maggiore umanizzazione dell’assistenza oncologica che emergono dal Convegno promosso a Milano dalla Fondazione Michelangelo, una onlus a carattere scientifico che si occupa di favorire la ricerca applicata al cancro. “L’università ha privilegiato troppo la dimensione tecnica dei futuri medici trascurando il versante umano della professione”, afferma il dr. Gianni Bonadonna, Presidente della Fondazione e padre dell’oncologia medica italiana. Sul tema della comunicazione medico-paziente l’Istituto Nazionale dei Tumori, in particolare la divisione di oncologia medica 1, diretta dal dr. Luca Gianni, ha recentemente promosso, insieme ad altri tre centri italiani di eccellenza, un progetto pilota per migliorare la relazione, individuare i principali ostacoli e “personalizzare” la comunicazione modulandola sul paziente, così come è già avvenuto per le terapie. Ma per rimettere al centro delle cure il malato è necessaria anche una vera e propria riorganizzazione di spazi e procedure. “Bisogna predisporre nuovi percorsi assistenziali, che favoriscano la continuità e il rispetto dei tempi del paziente. Per questo da tempo l’Istituto chiede che ci vengano concessi spazi più adeguati” commenta il prof. Alessandro Gianni, direttore dell’oncologia medica 3 e consigliere della Fondazione Michelangelo.

La Fondazione Michelangelo ha invitato oncologi, tecnici, palliativisti, infermieri e pazienti a confrontarsi su come rendere più umana l’assistenza al malato di cancro. Se infatti di tumore si muore sempre meno, non sono però cambiate le paure e le necessità di chi soffre. Bisogni a cui oggi spesso il medico e l’ospedale non sono in grado di rispondere. “La medicina è molto più che una scienza: è perspicacia, intuito e capacità di creare un dialogo con il paziente- continua Bonadonna -. Rendere più umana l’assistenza significa riscoprirne il significato più ampio, ricordandoci che abbiamo a che fare con persone e non soltanto con molecole. Bisogna insegnare agli studenti che la comunicazione con il malato è parte integrante della terapia”. Che la buona relazione medico-paziente abbia un’efficacia terapeutica lo dimostrano i risultati di una revisione su 36 studi apparsi in letteratura negli ultimi 40 anni, recentemente pubblicata su “Medical Care” rivista dell’American Public Health Association. Dall’indagine emerge che un rapporto all’insegna di ascolto, fiducia e comprensione reciproci, non provoca solo più soddisfazione dell’assistito ma addirittura migliora la salute. “A fronte di enormi progressi dell’oncologia e di una forte riduzione della mortalità per molti tipi di cancro, – afferma il prof. Alessandro Gianni – non si sono purtroppo ridimensionati i problemi dei malati. Anzi, a causa dell’iper–specializzazione della medicina, si è registrato addirittura un peggioramento della relazione medico-paziente. Nella cura dei tumori, il rischio di un’eccessiva distanza fra specialista e malato è ancora più evidente rispetto ad altre patologie. Oggi l’oncologo si perfeziona in un determinato settore o addirittura nell’utilizzo di una particolare apparecchiatura e si confronta con il paziente per una fase molto breve della sua storia clinica, in un percorso che è sempre più frammentato fra vari specialisti (chirurgo, oncologo, palliativista, etc.)”. Anche le Istituzioni possono giocare un ruolo molto importante per favorire una medicina più umana. Oggi l’intero sistema è costruito per essere funzionale alle esigenze organizzative del personale sanitario: per renderlo “a misura di paziente” è necessario ripensare tutti i momenti del passaggio del malato all’interno della struttura e dedicare la giusta attenzione anche agli aspetti emotivi e psicologici. Fondamentale ad esempio prevedere la possibilità di accogliere la famiglia e permetterle di vivere il difficile periodo della malattia a fianco del proprio caro. Fino ad oggi queste problematiche sono state affrontate soprattutto nell’ambito pediatrico, ma lo stesso ragionamento deve valere anche per l’adulto, soprattutto quando è in una condizione di estrema fragilità come quella in cui si trova chi combatte contro il tumore. “Il nostro Istituto ha in programma un futuro trasferimento, proprio per riuscire a ottenere quegli spazi che qui mancano – conclude il prof. Gianni -. Ci auguriamo che le Istituzioni siano sensibili a questa esigenza, valutando le possibili opzioni e i progetti che saranno presentati non solo dal un punto di vista tecnico e strutturale”.
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