martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
24 Marzo 2004

CANCRO, CENTOMILA RAGAZZI LOTTANO PER DIVENTARE VECCHI: TUMORI A POLMONE E OVAIO, E’ ALLARME NEGLI UNDER 40

Da oggi a venerdì a Bergamo l’VIII Conferenza Nazionale AIOM sulle neoplasie giovanili

Bergamo, 24 marzo 2004 – Ogni anno in Italia il cancro colpisce circa 11.000 giovani – 6.100 ragazze e 4.700 ragazzi – e ne uccide 2.600. E’ la prima causa di morte nelle donne tra i 18 e i 39 anni (1.335 decessi rispetto ai 1.225) e la seconda fra gli uomini: solo gli incidenti stradali fanno più vittime. Su un totale di 21 milioni di persone in questa fascia d’età, si stima che attualmente siano in cura in Italia circa 100.000 adolescenti e giovani adulti. Il cancro della mammella, del collo dell’utero e della tiroide sono le neoplasie più diffuse nelle signore under 40; il tumore del testicolo, i linfomi e le leucemie le più frequenti negli uomini. Ma a comporre questa fotografia, scattata dall’Istat, ci sono anche altri dati che preoccupano i 400 esperti, da oggi a venerdì impegnati a Bergamo nei lavori dell’VIII Conferenza Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). “In primo luogo – afferma il dott. Roberto Labianca, responsabile dell’Oncologia dei Riuniti di Bergamo e presidente AIOM – l’incidenza nei nostri giovani dei carcinomi del polmone e dell’ovaio e le minori percentuali di guarigione rispetto ai coetanei del resto d’Europa e degli Usa, dati che ci impongono una maggiore attenzione nell’informazione e nella prevenzione. La seconda considerazione è di ordine etico e sintetizza il senso di questa Conferenza. Siamo tutti talmente convinti del significato profondo della vita di un ragazzo che quando questa viene spezzata da un incidente, da una malattia o da un evento intollerabile come la guerra pensiamo immediatamente che ciò sia impossibile, assurdo, inaccettabile. La morte di un giovane, o anche solo la sua malattia, è sostanzialmente uno scandalo della ragione, è qualcosa che va contro natura. Affrontare a tutto tondo l’argomento tumori in questa fascia d’età significa entrare in problematiche non solo cliniche e scientifiche, ma anche psicologiche, sociali, esistenziali, che coinvolgono pesantemente i pazienti proprio mentre cercano nuovi equilibri negli studi, nel lavoro, negli affetti, nella famiglia”.

Fotogramma per fotogramma l’Istat descrive una fetta consistente di Paese che non programma lifting, perde i capelli a causa della chemioterapia e, paradossalmente, lotta perché le rughe arrivino davvero a scavarne il volto e la calvizie non rappresenti un trauma ma un segno di maturità. Nell’arco dei 12 mesi – e in questo le cifre sono sovrapponibili al resto d’Europa e agli Usa – si registrano tra i maschi di questa fascia d’età 41 nuovi casi di cancro ogni 100.000 persone. Fra le italiane sono invece 52 i nuovi casi, contro i 50 del Vecchio Continente e i 64 diagnosticati negli Usa. I nostri connazionali fanno i conti soprattutto con il tumore del testicolo (910 casi l’anno), linfomi non-Hodgkin (4,83 ogni 100.000) e leucemie (3,17): insieme totalizzano il 44% di tutte le neoplasie che colpiscono i giovani maschi. Anche le giovanissime sono vulnerabili al tumore del seno: 16 ogni 100.000 rispetto alle 12 dei primi anni 90. Se l’incidenza aumenta ed è più alta che nel resto d’Europa, la mortalità è in calo: a 5 anni dalla diagnosi, 73 italiane su 100 sono vive, collocando l’Italia a metà tra il 66% di guarigioni della Gran Bretagna e il 75% degli Usa. Segniamo invece il passo rispetto agli Usa nella lotta ai linfomi di Hodgkin: a 5 anni dalla diagnosi sopravvive l’85% delle italiane rispetto al 91% delle americane. Nella Penisola, infine, si guarisce meno di leucemia, la neoplasia responsabile del maggior numero di morti fra gli uomini. Con una sopravvivenza del 32% fra i maschi e del 31 fra le femmine, l’Italia è agli ultimi posti in Europa e lontana dalle percentuali americane: 40% fra gli uomini e 36% fra le donne. Tra questi dati spicca il cosiddetto ‘caso Bergamo’. Un’indagine dell’ASL ha infatti messo in luce una maggior incidenza in città e provincia, rispetto al resto del Paese, di carcinoma gastrico, epatocarcinoma e tumore del seno. Per quest’ultimo caso, che si presenta in aree geograficamente ristrette (Isola e Valle Imagna), in cui le popolazioni sono molto poco “mixed” geneticamente, l’Asl, insieme agli Ospedali Riuniti di Bergamo, sta conducendo uno studio denominato Astrogeo (acronimo per Analisi Sistematica Territoriale del Rischio Oncologico Genetico Ereditario Orobico) con l’obiettivo di identificare e studiare le alterazioni genomiche responsabili dell’elevato rischio familiare sul territorio.
Luci ed ombre, dunque, su cui gli oncologi italiani si confronteranno anche al di là degli aspetti strettamente clinici e terapeutici. “Al centro della Conferenza – spiega il dott. Giovanni Rosti, Responsabile dell’Unità operativa chemioterapica ad alte dosi dell’AUSL di Ravenna e co-presidente della Conferenza – c’è il giovane ammalato, che vive quest’esperienza nel momento forse più delicato della vita e ha bisogno di risposte che vadano oltre la guarigione. Una volta chiesi ad un mio giovane paziente affetto da tumore germinale mediastinico avanzato quando aveva ricominciato a pensare al dopo. La risposta fu la più disarmante nella sua semplicità: quando ho ricominciato a coniugare i verbi al futuro”.
E il futuro significa una vita ‘normale’: il lavoro, la famiglia, i figli. “Spesso infatti – aggiunge il dott. Marco Venturini, oncologo della divisione di Oncologia Medica dell’IST e tesoriere dell’Aiom – ci si dimentica che un paziente di 18 anni, una volta guarito da un sarcoma di Ewing, un osteosarcoma o un tumore del testicolo, potrebbe volere un figlio. La chemioterapia può deprimere la spermatogenesi e non tutti i pazienti recuperano autonomamente la funzione procreativa. Per questo è importante che questi ragazzi si sottopongano allo “sperm-banking”, ossia al deposito del seme”. Altrettanto importanti sono gli aspetti relativi alla sfera occupazionale. Le nuove caratteristiche del mondo del lavoro sono sempre più improntate alla temporaneità del rapporto: se da una parte ciò aumenta l’offerta occupazionale, dall’altra può però rappresentare un ostacolo al reinserimento graduale, o comunque “tutelato”, di questa categoria di pazienti. “Il lavoro – conclude Carmelo Iacono, direttore del reparto di oncologia dell’ospedale di Ragusa e segretario nazionale AIOM – è la garanzia di un vero ritorno alla quotidianità, in quanto testimonia l’avvenuto recupero di un efficiente stato funzionale: per la famiglia attraverso il mantenimento del ruolo e la stabilità economica, per la società perché consente di non disperdere energie e competenze manuali e intellettuali. Ruolo della riabilitazione è quello di ‘riconsegnare’ il paziente alla vita attiva, dovere di un tessuto sociale maturo e responsabile è quello di impegnarsi e sapere accogliere il contributo del lavoro di ciascuno dei propri componenti”.
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