Medinews
24 Novembre 2003

BIOTECNOLOGIE, DAI POMODORI E DAL TABACCO I VACCINI CONTRO TUBERCOLOSI E DIARREA

Per due giorni, i rappresentanti dei 25 paesi dell’Unione si confrontano sulle nuove applicazioni industriali e scientifiche. Intervengono i ministri Frattini, Buttiglione e Marzano

Roma, 21 novembre 2003 – Piante e vegetali coltivati in serra per produrre vaccini biotecnologici orali ad altissima purezza, privi di qualsiasi contaminazione animale. Dai pomodori bianchi i ricercatori sono riusciti a sintetizzare un vaccino che consentirà di curare la tubercolosi, una malattia che nel mondo colpisce ancora tra gli 8 e i 10 milioni di persone, provocando 4 milioni di morti (in India si calcola che di tubercolosi muoia addirittura una persona al minuto). Dal tabacco e dalle patate è invece stato possibile mettere a punto un vaccino contro la diarrea e il colera. Entrambi questi vaccini hanno già superato la fase pre-clinica e il prossimo anno verranno sperimentati sull’uomo. L’annuncio è stato dato oggi a Roma dal prof. Leonardo Santi, presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, nel primo dei due giorni di lavori della “Convention Europea sulle Scienze della Vita e le Biotecnologie”, che vede riuniti al ministero degli Affari Esteri i rappresentanti dei 25 Paesi dell’Unione nell’ambito della semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione. Gli esperti sono chiamati ad affrontare in particolare tre tematiche, che raggruppano alcune tra le azioni più importanti del relativo Piano Europeo: il trasferimento della ricerca all’industria, la formazione e l’informazione.

“L’applicazione delle biotecnologie in medicina – afferma il prof. Santi – rappresenta un’evoluzione epocale nella gestione delle patologie. Grazie anche ai progressi compiuti nella conoscenza della materia vivente, oggi ci si indirizza sempre più verso una medicina personalizzata e preventiva, basata sulla predisposizione genetica, su screening mirati, diagnosi e terapie con farmaci innovativi. La scoperta per esempio degli anticorpi monoclonali ha portato importanti riscontri in oncologia, dove vengono utilizzati come vettori di farmaci anti-tumorali a scopi terapeutici. In questo modo gli immuno-farmaci giungono esclusivamente sulle cellule maligne senza interagire negativamente con quelle sane. Dalla tecnologia del DNA ricombinante, diffusa a metà degli anni ’70, sono stati ricavati “biofarmaci”: interferoni, interleuchine, fattori stimolanti della crescita, fattori di coagualazione per l’emofilia”. I nuovi vaccini si inseriscono in questo filone di ricerca scientifica e produzione industriale. Ma come si è arrivati alla loro sintesi? “La procedura è abbastanza complessa – spiega il presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie –; possiamo dire che nel Dna di queste piante sono state inserite le proteine capaci di suscitare la difesa immunitaria. Attraverso la loro liofilizzazione sono stati quindi ricavati questi vaccini, che oltre alla purezza presentano l’ulteriore vantaggio di poter essere assunti per bocca, assorbiti direttamente dalla mucosa intestinale e dal sistema linfatico intestinale, ed hanno di conseguenza meno reazioni negative rispetto ai vaccini iniettabili”.
L’Europa e l’Italia giocano un ruolo importante nella ricerca, come viene ribadito nel corso dei lavori della Convention. “Purtroppo però – prosegue il prof. Santi – c’è ancora uno iato tra le università, dove si sviluppa la conoscenza, e l’industria. Il nostro tessuto produttivo, composto prevalentemente da piccole e medie imprese, non ha avuto un incremento in ambito biotecnologico come negli Stati Uniti, dove l’industria biotecnologica ha un reddito che è oltre il triplo di quello europeo, conta su una manodopera molto più consistente (162.000 addetti rispetto a 61.000), è più fortemente capitalizzata e ha in programmazione diversi prodotti”. Nelle due giorni europea, numerose sessioni sono dedicate al trasferimento tecnologico, affidate ad alcuni dei massimi esperti continentali.
Per dare slancio al comparto, nel bando del VI Programma quadro avviato lo scorso anno, l’Unione Europea ha riservato il 15% del budget alle piccole e medie imprese. Ma alla fine del primo anno di attività, si è registrata una partecipazione pari solo all’8%, inferiore cioè agli stanziamenti disponibili. “Il nostro impegno – aggiunge il prof. Santi – è quindi di studiare possibili forme di intervento più efficaci a favore delle piccole e medie imprese del Vecchio Continente per renderle in grado di partecipare ai finanziamenti europei. Il paradosso è infatti che le scoperte fatte in Europa e in Italia debbano emigrare all’estero per vedere una loro concreta applicazione. E’ successo per gli anticorpi monoclonali, messi a punto in Inghilterra e prodotti negli Usa”.
L’Unione europea investe l’1,9 % del PIL nella Ricerca e sviluppo, rispetto al 2,7% investito dagli Stati Uniti e al 3% dal Giappone. Nel 2.000, il divario tra gli investimenti europei e quelli statunitensi ha raggiunto i 124 miliardi di €, il che rappresenta un importo doppio, a prezzi costanti, a partire dal 1994. Oltre l’80% del divario è imputabile a un finanziamento limitato da parte del settore economico europeo. “Nel Consiglio europeo di Barcellona del marzo 2002 – conclude il prof. Santi – l’UE ha convenuto sulla necessità di incrementare la spesa per la Ricerca e sviluppo in modo da raggiungere l’obiettivo del 3% del PIL entro il 2010, di cui i due terzi dovrebbero provenire dal settore privato. Secondo un’indagine di Assobiotech questo potrebbe significare un incremento rilevante di posti di lavoro e, non ultimo, la possibilità di rallentare la fuga all’estero dei cervelli italiani”
L’apertura dei lavori della Convention è stata affidata, fra gli altri, ai ministri degli Affari Esteri, on. Franco Frattini e delle Politiche Comunitarie, on. Rocco Buttiglione. L’incontro si chiuderà domani con l’intervento del ministro delle attività produttive, on. Antonio Marzano.
TORNA INDIETRO