sabato, 4 febbraio 2023
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7 Ottobre 2010

BIOBANCHE, COME DONARE I TESSUTI PER SCONFIGGERE IL CANCRO. “MA SERVONO NORME CERTE PER NON FERMARE LA RICERCA”

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Milano, 7 ottobre 2010 – Gli oncologi: “Possono rappresentare il futuro contro le neoplasie”. I pazienti: “Procedure più semplici e sicure”. Presentate le raccomandazioni di un comitato di esperti. L’Italia è capofila

Un vuoto normativo rischia di bloccare la ricerca contro il cancro. È quello che riguarda le biobanche, raccolte organizzate di campioni biologici (in particolare tessuti, cellule, sangue). Il presupposto per il loro funzionamento è che il malato compia una donazione del proprio tessuto tumorale: un atto non solo solidaristico ma in grado di pronosticare l’evoluzione della patologia oppure predire l’efficacia della terapia. Ogni anno in Italia più di 250mila persone sono colpite da tumore, un dato in costante crescita. Le biobanche custodiscono un’immensa mole di informazioni, un patrimonio di grande rilevanza scientifica. Forniscono strumenti essenziali per la ricerca perché possono favorire significativi avanzamenti nella definizione delle terapie personalizzate, che sono diventate sempre di più il paradigma nella lotta contro il cancro. Ma la donazione di tessuti oggi è resa incerta e difficoltosa dall’assenza di regole certe. Anche in Europa mancano standard comuni di riferimento. L’Italia si candida ad essere il primo Paese a definire punti condivisi da sottoporre al Garante per la privacy elaborati da un comitato di esperti. Il tema è approfondito oggi a Milano a Palazzo Marino durante il Convegno “Le ‘Banche dei Tessuti’:è possibile donare le proprie cellule per la ricerca?”, organizzato dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). L’incontro inaugura il 35° Congresso ESMO che si tiene per la prima volta proprio a Milano (al Centro Congressi MIC – Milano Convention Centre di Fiera Milano Congressi) dall’8 al 12 ottobre, con la partecipazione di oltre 15mila esperti. “Questo tipo di raccolta – spiega il prof. Roberto Labianca, oncologo degli Ospedali Riuniti di Bergamo e presidente del Comitato italiano del Congresso ESMO 2010 – si adatta perfettamente allo studio dei tumori, gli unici tessuti patologici che possiedono un genoma (e quindi una costituzione molecolare) diverso da quello dell’individuo di origine e capace di rapida evoluzione”. Il Convegno ha ottenuto il patrocinio del Comune di Milano, a dimostrare l’importanza degli argomenti trattati. “Milano si riconferma ancora una volta – dichiara l’assessore alla Salute del Comune di Milano Giampaolo Landi di Chiavenna – eccellente polo italiano ed europeo nella cura e nella diagnostica dei tumori. I tre termini che potremmo prendere come motivi ispiratori della 35° Congresso ESMO sono: ricerca, formazione e divulgazione. Nella cura dei tumori, che è fatta soprattutto di prevenzione, è importante raggiungere i cittadini, fare buona informazione e sfatare vecchi miti. Di cancro oggi ci si ammala e si guarisce, ma per migliorare la sopravvivenza dobbiamo puntare ancora sulla ricerca, discutendo sulla possibilità di donare materiale organico su cui sperimentare e di fornire a scienziati e laboratori una intelaiatura giuridica di supporto, al di là di steccati ideologici e di limiti burocratici”. In Lombardia sono attive due strutture (a Monza e Vimercate) che si occupano della raccolta di bio-tessuti per lo studio del tumore del colon. E una iniziativa coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Giovanni Paolo II di Bari sulle patologie oncologiche coinvolge 17 centri in tutta Italia ed è finalizzata soprattutto agli aspetti regolatori e alla condivisione di procedure operative standard e di programmi gestionali. Il Comitato etico indipendente (CEI) della Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori di Milano a partire dal 2008 ha avviato un percorso di consultazione e condivisione di criteri con gli altri CEI disponibili e con diversi attori (ricercatori, esperti di bioetica, giuristi). Il risultato? Un documento che contiene le raccomandazioni per definire i nodi critici. Alla stesura del testo ha offerto un contributo decisivo la Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO). “Oggi vi sono solo alcune indicazioni del Garante della privacy, sottoposte però a interpretazioni giuridiche non univoche – sottolinea il prof. Francesco De Lorenzo, presidente della FAVO -. È duplice il ruolo dell’autore dell’atto di disposizione: da un lato è donatore, dall’altro utilizzatore delle possibili informazioni, fino a oggi del tutto trascurate, provenienti dalla biobanca per la cura della sua malattia. Vogliamo che la donazione sia resa non solo più semplice, ma anche più sicura e aderente agli interessi dei malati e dei loro familiari. Ciò si traduce in un vantaggio per la ricerca”.

Nel testo elaborato dal comitato di esperti uno dei punti fondamentali è la terzietà delle biobanche: devono essere indipendenti rispetto ai donatori, ai ricercatori (e ai loro sponsor) e alle Istituzioni di ricerca e cura (deve esserne normata l’indipendenza come avviene per i CE).
In Europa sono attualmente presenti un grande numero di biobanche, tuttavia raramente collegate tra loro e riuscire ad accedervi è spesso difficile. Uno dei problemi più rilevanti a livello europeo è rappresentato dalla presenza di regole di accesso diverse. Ciò impedisce, ad esempio, di utilizzare nello stesso studio campioni provenienti da diverse strutture. La conseguenza è la duplicazione di progetti simili e uno spreco di risorse e di energie, senza una politica di finanziamenti a lungo termine. “Nella nostra proposta di regolamentazione – afferma il prof. Paolo Casali dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – preferiamo definire questi centri ‘bioteche di ricerca’, un termine più appropriato che ne sottolinea la finalità. Costituiscono uno strumento di accumulazione, condivisione, trasmissione delle conoscenze. Anche se il donatore conferisce alcuni poteri di controllo sul campione nella sua consistenza naturale, mantiene però un interesse individuale soprattutto per due aspetti: protezione dei dati personali e disponibilità di informazioni utili per sé o per i familiari. I cittadini che donano i loro tessuti devono poter accedere al patrimonio informativo racchiuso”. È dunque compito della biobanca garantire una adeguata conservazione dei tessuti per un tempo sufficientemente lungo.
Un altro capitolo controverso è quello relativo all’ampiezza del consenso al trattamento dei dati personali. “Lo sviluppo costante della scienza nel settore biomedico – continua il prof. Paolo Marchetti, membro del Direttivo AIOM – non consente di informare in anticipo il donatore di tutte le possibili indagini scientifiche che potrebbero essere eseguite in futuro sui campioni. Una limitazione che non comporta alcun pregiudizio per gli interessati. Va infatti in ogni caso tutelata la riservatezza dei cittadini coinvolti, che devono essere informati sulle modalità di trattamento dei loro dati”. Inoltre, attraverso vincoli di segretezza e idonei strumenti tecnologici, solo il personale della biobanca potrà associare l’identità dei pazienti con i campioni conservati ed aggiornare i dati clinici.
“Sarà ovviamente possibile revocare il consenso – spiega il prof. De Lorenzo -. Ciò non può comportare l’obbligo di distruzione del campione nella sua consistenza materiale, ma solo quello di renderlo anonimo, non più identificabile. La donazione in quanto tale non può essere revocabile riguardo alla materialità del tessuto donato, per evitare l’instabilità nel tempo delle biobanche”. “Credo – conclude Landi di Chiavenna- che sul fronte della ricerca scientifica occorra porsi di fronte alle sfide della scienza con animo liberale: non tutto è possibile, ma dobbiamo lavorare affinché il discrimine tra ciò che è fattibile e ciò che non lo è non si fondi su pregiudizi, bensì su sperimentazioni suscettibili di verifica e su quesiti morali posti in modo dialettico, attento, scrupoloso”.

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