martedì, 24 novembre 2020
Medinews
23 Maggio 2007

ALLERTA ‘HAPPY HOUR’ TRA I GIOVANISSIMI: “SI INIZIA A BERE ALCOL GIÀ A 10-11 ANNI”

La decisione spagnola di inserire le bevande alcoliche nella lista dei nemici dei teenager porta alla ribalta un problema molto diffuso anche in Italia

Roma, 6 febbraio 2007 – Due-tre drink al giorno per gli uomini ed uno, al massimo due per le donne: è questa la quantità massima di alcol che una persona, in buone condizioni fisiche, può assumere senza subire rischi per la salute, in particolare per l’insorgenza di malattie del fegato, come steatosi (o fegato grasso) e steatoepatite che, nel corso degli anni, possono trasformarsi in cirrosi ed epatocarcinoma. Del rapporto fra alcol e fegato si è discusso di recente, a Chianciano Terme, durante un corso organizzato da Sige (Società Italiana di Gastroenterologia) ed Aisf (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato). “Superare la soglia di venticinque grammi di etanolo al giorno -spiega la professoressa Loguercio- aumenta la probabilità di contrarre un danno epatico indipendentemente dalle bevande che si assumono, siano esse vino, birra o superalcolici. Un rischio che riguarda sempre più i giovani. Con un dato preoccupante: il primo approccio alle bevande alcoliche inizia addirittura a 10-11 anni”.

Studi recenti dimostrano che l’abuso di alcol, sotto ogni forma, crea più problemi dell’epatite da virus Hcv confermandosi, sia al Nord che al Sud Italia, il principale fattore di pericolosità per l’insorgenza di malattie epatiche, che partono dalla steatosi alcolica o ‘fegato grasso’, una condizione molto diffusa in Italia – finora ritenuta benigna – ma che gli esperti considerano oggi come l’anticamera di problemi più seri. “É stato accertato – continua Carmela Loguercio – che un consumo maggiore di ottanta grammi al giorno, per dieci anni, aumenta di cinque volte il rischio di cancro del fegato. Non vanno però sottovalutati altri elementi come lo stile globale di vita e le modalità con cui si beve. Bevute, quotidiane e lontane dai pasti, il fumo, la malnutrizione sono, del resto, fattori altrettanto importanti nella valutazione del danno epatico”.
Un ruolo lo hanno anche il sesso e l’età: l’attività dell’alcol-deidrogenasi, infatti, risulta significativamente ridotta nelle donne giovani ed in quelle con più di sessant’anni. Negli uomini, invece, è del cinquanta per cento in meno nella fascia che va dai sessanta agli ottant’anni. “Ma – afferma ancora la professoressa Loguercio – occorre tener conto, per determinare l’induzione e la progressione delle patologie alcol correlate, anche di certe variazioni di carattere genetico. Esse riguardano geni che regolano la sintesi degli enzimi deputati alla neutralizzazione dei metabolici tossici ed i cosiddetti mediatori del danno quali, ad esempio, le citochine”. Cosa fare allora? Smettere di bere resta l’arma principale. Lo dicono i dati: la sopravvivenza a cinque anni delle persone affette da cirrosi è del 90%, ma scende al 70 se il paziente continua ad assumere alcol ed, addirittura, al 30 se quello stesso soggetto è scompensato e continua nell’uso di etanolo puro. “Ma la vera novità -conclude la Loguercio- riguarda i dati che confermano, per la prima volta, l’esistenza di sostanze efficaci nella riduzione della steatosi epatica, come un integratore a base di silibina, fosfolipidi e vitamina E, componenti naturali in grado di ‘depurare’ il fegato grasso e rallentare il danno”. L’associazione dei tre principi attivi svolge una forte azione antiossidante, neutralizzando, in questo modo, l’eccedenza di radicali liberi che sono l’elemento scatenante e la causa principale dei successivi processi degenerativi e dei danni spesso irreversibili dovuti non solo all’abuso di alcol ma anche alle terapie croniche farmacologiche, ai virus, agli agenti tossici ambientali ed alle diete non bilanciate.
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