lunedì, 20 settembre 2021
Medinews
4 Agosto 2008

ALLERTA ‘HAPPY HOUR’ TRA I GIOVANISSIMI. “OGGI IL 7% NE ABUSA UNA VOLTA LA SETTIMANA”

Il gastroenterologo Nicola Caporaso dell’Università di Napoli mette in guardia sui pericoli di questa cattiva abitudine. Danni al fegato dopo due soli bicchieri e pericolo di dipendenza

Napoli, 4 agosto 2008 – Non solo l’abuso costante di alcol, ma anche un ‘abuso saltuario’, può determinare seri problemi di salute. La diffusione dell’alcol tra i teenager suscita allarme tra gli esperti: nei fine settimana o durante l’‘happy hour’ spesso si ubriacano senza pensare alle conseguenze. “L’alcol viene utilizzato per migliorare la comunicazione interpersonale – spiega Nicola Caporaso, professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università ‘Federico II’ di Napoli. – Se bere alcolici è utilizzato per superare difficoltà relazionali diventa un bere problematico e si ricorrerà all’alcol ogni volta che si avranno difficoltà: in pratica è dipendenza. L’analisi dell’ISS dice che 3 ragazzi su 4 tra 16 e 25 anni bevono alcolici e se si abbassa l’età a 15 anni, un anno in meno del limite di legge per poterli acquistare, i dati non cambiano: beve il 67%. Il problema, oltre che sociale, è anche medico: negli adolescenti l’alcol viene metabolizzato con maggiore difficoltà e i danni al fegato ed al sistema nervoso sono maggiori che negli adulti. Così si facilita l’insorgenza di malattie del fegato, come la steatosi (o fegato grasso) e la steatoepatite che, nel corso degli anni, possono trasformarsi in cirrosi ed epatocarcinoma.” Solo a 18-20 anni si sviluppa maggiore capacità di metabolizzare l’alcol: perciò, come ricorda l’Oms, fino ai 20 anni non bisognerebbe bere più di un bicchiere di vino al giorno. “I giovani però non si accontentano di vino o birra, preferiscono i drink a base di superalcolici, ma devono capire che il loro è un errore gravissimo che può preludere alla dipendenza. Superare la soglia indicata dall’Oms – chiarisce il professor Caporaso – aumenta la probabilità di contrarre un danno epatico indipendentemente dalle bevande che si assumono, siano esse vino, birra o superalcolici. I dati sono preoccupanti: il 7% dei giovani fa abuso di alcol almeno una volta la settimana e il primo approccio alle bevande alcoliche si è abbassato a 10-11 anni. È importante anche non sottovalutare altri elementi come lo stile di vita nel suo complesso (abitudini alimentari, attività fisica, ecc.) e le modalità con cui ci si avvicina all’alcol. Bevute, quotidiane e lontane dai pasti, fumo e malnutrizione sono fattori altrettanto importanti nel determinismo del danno epatico.”

Studi recenti dimostrano che l’abuso di alcol, sotto ogni forma, crea più problemi dell’epatite da virus HCV confermandosi, sia al Nord che al Sud Italia, il principale fattore di rischio per l’insorgenza di malattie epatiche, quali la steatosi alcolica o ‘fegato grasso’, una condizione molto diffusa in Italia – finora ritenuta benigna – ma che gli esperti considerano oggi come l’anticamera di problemi più seri. “É stato accertato – continua Nicola Caporaso – che un consumo superiore agli ottanta grammi al giorno, per dieci anni, aumenta di cinque volte il rischio di cancro del fegato. Un ruolo lo svolgono anche il sesso maschile e l’età: l’attività dell’alcol-deidrogenasi, infatti, risulta significativamente ridotta nelle donne giovani ed in quelle con più di sessant’anni. Negli uomini, invece, è del cinquanta per cento in meno nella fascia che va dai sessanta agli ottant’anni. “Ma – afferma ancora il professor Caporaso – occorre tener conto, per determinare l’induzione e la progressione del danno epatico correlato all’alcol, anche dell’assetto genetico del soggetto. Esistono geni che regolano la sintesi degli enzimi deputati alla neutralizzazione dei metabolici tossici dell’alcol e dei cosiddetti mediatori del danno quali, ad esempio, le citochine”.

Cosa fare allora? Smettere di bere resta l’arma principale. Lo dicono i dati epidemiologici: la sopravvivenza a cinque anni delle persone affette da cirrosi è del 90%, ma scende al 70% se il paziente continua ad assumere alcol e, addirittura, al 30% se quello stesso soggetto è scompensato. Al momento non esistono farmaci che hanno la capacità di far regredire questa patologia ma sono disponibili sostanze antiossidanti (silibina, estratta dal cardo mariano, vitamina E) che hanno la proprietà di contrastare l’azione dei radicali liberi che rappresentano i vettori del danno epatico da parte dell’alcol. Queste sostanze potrebbero contribuire all’approccio terapeutico non solo nelle forme legate all’abuso di alcol ma anche al danno da farmaci, da tossici ambientali, ecc.
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