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8 gennaio 2019

SARDEGNA: NEL 2018 STIMATE 10.000 NUOVE DIAGNOSI DI TUMORE
CRESCE L’ADESIONE AGLI SCREENING, MA TROPPO ALCOL PER IL 21% DEI CITTADINI

Cagliari, 8 gennaio 2019 – Le neoplasie più frequenti sono quelle del colon-retto (1.450), mammella (1.350), polmone (1.050), prostata (800) e vescica (750). La sopravvivenza a cinque anni è del 60% fra le donne e del 49% fra gli uomini, inferiore alla media nazionale. Troppi seguono stili di vita scorretti. La Rete oncologica regionale garantisce le cure migliori sul territorio

Nel 2018 in Sardegna sono stati stimati circa 10.000 nuovi casi di tumore (5.200 uomini e 4.800 donne), trecento in più rispetto al 2017. Le 5 neoplasie più frequenti nell’isola sono quelle del colon-retto (1.450 nuove diagnosi nel 2018), mammella (1.350), polmone (1.050), prostata (800) e vescica (750). La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è inferiore rispetto alla media nazionale, raggiunge infatti il 56%: 60% fra le donne (63% Italia) e 49% fra gli uomini (54% Italia).
È la fotografia dell’universo cancro in tempo reale raccolta nel volume “I numeri del cancro in Italia 2018” realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), da Fondazione AIOM e PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), e presentato oggi a Cagliari presso l’Assessorato alla Sanità con l’intervento di Luigi Benedetto Arru, Assessore Igiene, Sanità e Assistenza sociale della Regione Sardegna. “Ogni giorno nel nostro territorio vengono diagnosticati circa 27 nuovi casi – afferma Maria Giuseppina Sarobba, coordinatore AIOM Sardegna e Direttore Oncologia dell’Ospedale San Francesco di Nuoro -. Quello che veniva un tempo considerato un male incurabile è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere a lungo con una buona qualità di vita. Oggi abbiamo a disposizione armi efficaci per combattere il cancro, come l’immunoterapia e le terapie a bersaglio molecolare che si aggiungono a chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Tutto questo, unito alle campagne di prevenzione promosse con forza anche da AIOM, si traduce nel costante incremento dei cittadini vivi dopo la diagnosi”. Fra i fattori che determinano in Sardegna percentuali di sopravvivenza inferiori rispetto alla media nazionale vi è sicuramente la scarsa adesione ai programmi di screening organizzati (Report del sistema di sorveglianza PASSI 2014-2017): solo il 34,6% dei cittadini ha eseguito il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci per individuare in fase precoce il cancro del colon-retto (37,4% Italia) e il 52,6% delle donne ha effettuato la mammografia per la diagnosi precoce del tumore del seno nell’ambito di programmi organizzati (53,8% Italia). È invece migliore rispetto alla media nazionale il numero di donne fra 25 e 64 anni che nell’isola si sono sottoposte allo screening per la diagnosi precoce del cancro della cervice uterina (Pap-test o Hpv test) all’interno di programmi organizzati, pari al 57% (45,3% Italia). Va sottolineato che le percentuali di adesione a tutti i programmi sono in crescita: nel periodo 2013-2016, solo il 33,6% dei sardi aveva eseguito il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, il 52,2% delle donne aveva eseguito la mammografia e il 55,6% lo screening cervicale.
“Nella Regione – spiega Daniele Farci, oncologo all’Ospedale Businco di Cagliari e membro del Consiglio Direttivo nazionale AIOM – sono 76mila le persone vive dopo la diagnosi. È dimostrato che gli screening contribuiscono a ridurre la mortalità. Ma, in Sardegna, la prevenzione secondaria è stata affidata per molto tempo all’iniziativa personale. Oggi la situazione è migliorata, come dimostra l’incremento dei tassi di adesione e nell’isola sono attivi tre programmi di screening diffusi in tutte le aree socio sanitarie che costituiscono l’ATS Sardegna. Altra peculiarità della Regione è il fenomeno della migrazione sanitaria passiva, dovuto soprattutto alle lunghe liste d’attesa”.
Il monitoraggio dei dati epidemiologici è fondamentale per impostare programmi di politica sanitaria. “La rete di Registri Tumori italiani comprende 49 Registri Tumori generali (che raccolgono informazioni su tutte le neoplasie) e 7 Registri Tumori specializzati (per fasce d’età o per specifico tumore, sempre riguardanti un’intera popolazione) e condivide un archivio centralizzato – sottolinea Mario Usala, Direttore del Registro Tumori di Nuoro -. Nel complesso 41 milioni di italiani, pari a circa il 70% della popolazione residente totale, vivono in aree dove è presente un Registro Tumori di popolazione. La Sardegna (con la legge regionale n. 21 del 7 novembre 2012) ha istituito formalmente undici registri di patologia, fra cui il Registro tumori. Attualmente sono operativi due Registri Tumori di popolazione su base locale, a Sassari e Nuoro, entrambi accreditati, a livello nazionale (AIRTUM) e internazionale (IARC), obiettivo che dovrà essere raggiunto anche dal Registro Tumori della Sardegna meridionale, di recente istituzione, competente per le ASSL di Cagliari, Carbonia e Sanluri. Allo stato attuale un Gruppo tecnico Regionale, di cui fanno parte i registri storici, ha realizzato un importante lavoro organizzativo per poter rendere disponibili i necessari flussi informativi per i tre Registri Locali che insieme costituiranno il Registro Tumori Regionale. L’obiettivo posto dall’Assessorato è quello di allineare entro breve tempo il Registro della Sardegna meridionale ai due registri già operanti nell’isola”.
Nonostante la Regione sia da tempo impegnata nella lotta alla sedentarietà e al fumo di sigaretta e nella promozione e prescrizione dell’attività fisica (Delibera n. 53/50 del 2009), ancora pochi sardi seguono stili di vita sani: il 24,9% è sedentario, il 27,8% è in sovrappeso (e il 10,5% obeso), il 26,7% fuma. Ed è superiore alla media nazionale (17%), la percentuale dei cittadini che assumono alcol in quantità a rischio per la salute (21,3%).
Oltre ai Registri tumori, un altro strumento fondamentale per una lotta al cancro a 360 gradi, che va dalla prevenzione primaria alla riabilitazione, è rappresentato dalle reti oncologiche regionali: consentono a tutti i pazienti di accedere alle cure migliori in modo uniforme sul territorio, con risparmi consistenti per il servizio sanitario nazionale. Ma oggi in Italia sono attive solo in sei Regioni. È del 30 gennaio 2018 la Deliberazione che ha istituito la Rete Oncologica della Sardegna. Il modello da utilizzare è quello del Comprehensive Cancer care Network, nel quale è prevista una Autorità centrale di coordinamento che include tutte le strutture già presenti sul territorio a vario titolo competenti per prevenzione, cura e riabilitazione e coordina in modo efficiente il loro ambito di competenza. Questo modello ha il valore aggiunto di coniugare qualità e prossimità delle cure, perché si basa sulla valorizzazione e specializzazione di tutte le strutture presenti sul territorio, integrandole in percorsi al servizio dei pazienti e dei familiari. La Sardegna si caratterizza per l’ampiezza territoriale e la conseguente disseminazione della popolazione in luoghi impervi e non facili da raggiungere. Per superare questi ostacoli, sono previsti diversi punti di accesso alla Rete diffusi sul territorio.
In Sardegna, nel 2015 (ISTAT, ultimo anno disponibile), sono state 4.773 le morti attribuibili a tumore (2.729 uomini e 2.044 donne). Nell’isola, la neoplasia che ha fatto registrare il maggior numero di decessi è quella del polmone (883), seguita da colon-retto (578), mammella (394), prostata (203) e stomaco (192).
“Sono quasi 3 milioni e quattrocentomila gli italiani che vivono dopo una diagnosi di cancro - conclude Stefania Gori, Presidente Nazionale AIOM e Direttore dipartimento oncologico, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar -. È un numero importante che evidenzia il peso della patologia oncologica e lo sforzo continuo per migliorare la sopravvivenza dei pazienti non solo in termini quantitativi ma anche di qualità di vita. Oggi le due neoplasie più frequenti, quella della prostata negli uomini e della mammella nelle donne, presentano sopravvivenze a 5 anni pari a circa il 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce. Risultati sicuramente incoraggianti, che ci spingono a impegnarci ancora di più sia sul fronte della ricerca che della prevenzione”.

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