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19 aprile 2002

I TRAUMI NELLO SPORT I MOTIVI DEI TROPPI INFORTUNI

Prof. Andrea Ferretti
Ordinario di Ortopedia e Traumatologia
Università La Sapienza di Roma
Medico della Nazionale Italiana di Calcio

In ambito medico sportivo la diagnosi precoce di un trauma in un atleta di alto livello, come può essere un giocatore di calcio, viene normalmente intesa come il sistema migliore per ridurre al minimo l’assenza dai campi. Quando si parla di professionisti, in ballo non c’è infatti soltanto l’integrità fisica dell’atleta o il rendimento della squadra, che in caso di mancanza di uno o più giocatori importanti può essere notevolmente condizionato, ma anche un aspetto economico non indifferente: l’immobilizzazione di un capitale e la necessità di ulteriori investimenti da parte della società.

In realtà questo è però solo l’aspetto più appariscente. L’interesse prioritario del medico è che proprio attraverso una diagnosi precoce e un trattamento immediato si possa evitare al giocatore di sottoporre l’articolazione a sollecitazioni non idonee, aggravando una patologia articolare che può portare nel tempo anche ad un’artrosi post traumatica.
In particolare i traumi articolari devono quindi essere diagnosticati e trattati precocemente in modo da ristabilire le condizioni di equilibrio che consentono all’articolazione di sopportare senza grossi rischi la prosecuzione dell’attività sportiva.

Aumentano gli infortuni - Da dieci anni a questa parte, nel gioco del calcio si è assistito a un aumento significativo degli infortuni. E le motivazioni sono sicuramente molteplici. Vi è stata innanzitutto una modifica nelle caratteristiche del gioco: il calcio è più veloce, si corre di più, i cambi di direzione sono più rapidi ed è più frequente l’appoggio monopodalico nella ricaduta da un salto. In questo modo i tempi di reazione, quelli cioè che permettono ad un atleta di mettere in atto le difese naturali e gli adattamenti muscolari necessari a modificare le situazioni di equilibrio, si sono ridotti tantissimo. A tutto ciò va aggiunto l’aumento del numero delle competizioni e l’accorciamento dei tempi di recupero. Il calcio è uno sport in cui i microtraumi sono tanti, ripetuti e continui. Dopo una partita sarebbe necessario un recupero di alcuni giorni, cosa ormai praticamente impossibile data la vicinanza degli impegni. Così facendo però l’organismo non fa mai in tempo a recuperare tutto quello che ha speso. E una struttura che non recupera è sicuramente più esposta al rischio di infortunio. Un altro aspetto non trascurabile è che le partite si giocano in orari non fisiologici, provocando un’alterazione profonda del ritmo sonno-veglia. Si pensi soltanto alle trasferte all’estero delle nostre squadre. I match si giocano in genere alle 21, ma succede a volte, per esigenze televisive di veder posticipato il calcio d’inizio alle 21.30; al termine i giocatori devono prendere l’aereo, tornare all’aeroporto di partenza e da qui alle rispettive abitazioni. Capita quindi che un giocatore vada a letto anche alle 4-5 del mattino, scombussolando l’equilibrio dell’intero organismo. Questo fa sì che le difese dell’organismo di fronte ad attacchi traumatici possano essere ulteriormente indebolite. Senza contare poi lo stress psicologico a cui è sottoposto un atleta in Italia, che non ha sicuramente eguali al mondo, e che finisce per rappresentare un tassello importante in questo circolo vizioso di prestazioni, infortuni, ansia di recupero, ecc.
Per fortuna, negli ultimi anni, le tecniche d’indagine sono diventate molto più sofisticate. Il miglioramento delle possibilità di diagnosi e di cura - risonanza magnetica, ecografia, le tecniche chirurgiche di ricostruzione legamentosa, tendinea ecc. - hanno fatto sì che oggi si possa affrontare la maggior parte degli infortuni con ragionevoli possibilità di successo e in tempi impensabili anche solo dieci anni fa.
Per fare un esempio, oggi l’obiettivo di un giocatore di rientrare in campo a 90 giorni da un intervento di ricostruzione del legamento crociato è assolutamente perseguibile. E’ chiaro che non deve subentrare la minima complicazione nel periodo di rieducazione, ma fatte salve queste circostanze è un traguardo ragionevole e in letteratura ci sono validi esempi a testimoniarlo. Va comunque detto che il successo di un intervento non è tanto (o non è solo) tornare a giocare, quanto ridare al ginocchio le sue funzioni fisiologiche.

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