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19 aprile 2002

CAMPIONI ANCHE SENZA DOPING, QUANDO LA MEDICINA AIUTA LO SPORT

Esperti internazionali ne parlano il 25 e 26 aprile in un congresso a Montecarlo

Roma, 19 aprile 2002 - Sul podio malgrado l’asma. In campo a giocarsi il campionato o in bicicletta ad arrampicarsi sul Tourmalet nonostante un’aritmia cardiaca. Sono centinaia gli atleti professionisti, anche di primissimo piano, che oggi convivono con patologie fino a poco tempo fa considerate incompatibili con la pratica sportiva.

“Nell’80% dei casi – spiega il dott. Alessandro Biffi, cardiologo dell’Istituto di Scienza dello Sport del Coni - l’inidoneità alla pratica agonistica è dovuta a problemi cardiologici e, tra questi, il 50% è rappresentato dalle aritmie. Oggi però non tutte queste manifestazioni pregiudicano l’attività sportiva e proprio per questo ogni cinque anni la Società Italiana di Cardiologia dello Sport e le altre Società scientifiche della cardiologia (SIC, ANMCO, ANCE, FMSI), si riuniscono per valutare gli avanzamenti della ricerca in ambito cardiovascolare e aggiornare di conseguenza le linee guida, in modo da ampliare, se possibile, lo spettro delle persone a cui concedere il nulla osta all’agonismo. A volte, tra l’altro – prosegue Biffi – abbiamo visto che l’aritmia è un fenomeno assolutamente transitorio, dovuto semplicemente a squilibri idroelettrolitici: in eventi del genere basta quindi riequilibrare gli ioni e l’aritmia scompare”. In ogni caso - concordano gli esperti – lo snodo di tutto è la diagnosi precoce, e in questo l’Italia è sicuramente all’avanguardia. Nel nostro Paese – rispetto per esempio alla Germania o alla Grecia, dove nemmeno per i professionisti è obbligatorio un elettrocardiogramma - l’idoneità all’attività sportiva è regolata per legge, anche per gli amatori. E la visita prevista, che comprende un’auscultazione del cuore, l’elettrocardiogramma di base, uno dopo sforzo al gradino, una spirometria e l’esame delle urine, mette in guardia da pericoli e preserva da qualsiasi sorpresa.
Ma la diagnosi precoce, la semplice correzione delle abitudini alimentari e una terapia farmacologica adeguata, non solo possono consentire la pratica sportiva ma anche migliorare le prestazioni. Pochi forse sanno – riferisce il prof. Lucio Capurso, primario del Dipartimento di Gastroenterologia del San Filippo Neri di Roma - che i disordini gastro-intestinali, presenti nel 30-40% degli atleti, specie nei maratoneti o in chi pratica triathlon e decathlon, possono portare ad una diminuzione del 10% delle performance. Lo stesso discorso vale più o meno anche per i traumi. “Da dieci anni a questa parte – afferma il prof. Andrea Ferretti, ordinario di Ortopedia alla Sapienza di Roma e medico della Nazionale Italiana di calcio - si è assistito a un aumento significativo degli infortuni. E le motivazioni sono sicuramente molteplici. Vi è stata innanzitutto una modifica nelle caratteristiche del gioco: il calcio è più veloce, si corre di più, i cambi di direzione sono più rapidi. In questo modo i tempi di reazione, quelli cioè che permettono ad un atleta di mettere in atto le difese naturali e gli adattamenti muscolari necessari a modificare le situazioni di equilibrio, si sono ridotti tantissimo. A tutto ciò va aggiunto l’aumento del numero delle competizioni e l’accorciamento dei tempi tra una competizione e l’altra. Dopo una partita sarebbe invece necessario un riposo di alcuni giorni. Così facendo però l’organismo non fa mai in tempo a recuperare tutto quello che ha speso. E una struttura che non recupera è sicuramente più esposta al rischio di infortunio. Per questo il nostro interesse prioritario – sostiene quindi Ferretti - è che, attraverso una diagnosi precoce e un trattamento immediato, si possa evitare al giocatore di sottoporre l’articolazione a sollecitazioni non idonee, aggravando una patologia articolare che può portare nel tempo anche ad un’artrosi post traumatica”.
Un aspetto poco considerato ma sicuramente importante è l’equilibrio psicologico degli atleti: l’ansia da prestazione, che colpisce il 7% delle persone, soprattutto gli uomini o i disturbi di adattamento, con i compagni o con l’allenatore – evidenzia il prof. Luigi Ravizza, ordinario di Psichiatria all’Università di Torino - se non vengono capiti e curati per tempo possono portare a conseguenze anche gravi. Parlando di salute è inevitabile infine fare un accenno al doping e all’etica sportiva. “La salute degli atleti – chiarisce il prof. Fabio Pigozzi, della Commissione medica del CIO - rappresenta una priorità per il Movimento Olimpico, un punto di partenza che deve essere salvaguardato con ogni mezzo. La ricerca esasperata di nuovi limiti e il conseguente giro di affari legato alle prestazioni degli atleti, rappresentano ormai una quotidiana minaccia per lo sport. E l’atleta sempre più spesso paga con la salute un prezzo altissimo per una folle corsa al record e alla prestazione straordinaria ad ogni costo”.

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