giovedì, 22 febbraio 2018

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3 giugno 2017

TUMORI: “IL 50% DEI PAZIENTI RISPONDE ALL’IMMUNO-ONCOLOGIA
LA SFIDA È PREMERE SULL’ACCELERATORE DEL SISTEMA IMMUNITARIO”

Chicago, 2 giugno 2017 – Il prof. Michele Maio, Direttore dell’Immunoterapia Oncologica a Siena: “Le molecole a disposizione hanno permesso di raggiungere risultati importanti sbloccando il ‘freno’. La ricerca sta delineando nuove armi per potenziare la risposta contro la malattia e curare più persone”. Nivolumab efficace nelle neoplasie ginecologiche

Finora l’immuno-oncologia è andata in una direzione: togliere il “freno” con cui il tumore blocca la risposta del sistema immunitario. Il presente e il futuro mirano a premere sull’“acceleratore” del sistema immune per potenziare ancora di più la risposta contro la malattia. Sulle prospettive del nuovo approccio nella lotta al cancro si focalizzano diversi studi presentati al 53° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) che si apre oggi a Chicago. “I risultati che abbiamo ottenuto sbloccando il ‘freno’, costituito dai recettori CTLA-4 e PD-1, sono importanti e, considerando tutti i tumori, circa il 50% dei pazienti risponde a queste terapie che, utilizzate da sole o in combinazione, hanno profondamente modificato lo standard di cura in molte neoplasie – spiega il prof. Michele Maio, Direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena -. Molecole come ipilimumab (anti CTLA-4) e nivolumab (anti PD-1) hanno dimostrato non solo di allungare la sopravvivenza ma anche di migliorare la qualità di vita dei pazienti”. Ipilimumab è stata la prima molecola immuno-oncologica approvata nel melanoma avanzato. Nivolumab è disponibile in Italia nel melanoma, nel tumore del polmone e del rene. E si stanno delineando risultati importanti anche nelle neoplasie ginecologiche come dimostrato dallo studio Checkmate -358 presentato oggi al Congresso ASCO. “La sfida immediata è capire perché metà dei pazienti non risponda ai trattamenti immuno-oncologici oggi a disposizione – sottolinea il prof. Maio -. Vogliamo cioè comprendere meglio le caratteristiche del tumore che in alcuni casi rendono inefficaci queste armi. Finora abbiamo visto solo la punta dell’‘iceberg’ dell’immuno-oncologia, oggi si stanno definendo nuove ‘strade’. Ad esempio a Chicago viene presentato uno studio sulla combinazione di nivolumab con una molecola immuno-oncologica che agisce sul recettore GITR e un altro sulla combinazione con un anti-CD27, entrambi in pazienti con tumori solidi avanzati. Siamo di fronte a una nuova categoria di anticorpi immuno-modulanti che hanno la capacità di attivare direttamente il sistema immunitario. Non tolgono il ‘freno’ ma premono sull’acceleratore, quindi il loro meccanismo d’azione è diverso. In questi studi la combinazione con nivolumab permette di agire in entrambe le direzioni e i risultati sono promettenti, soprattutto in quei pazienti che finora non hanno risposto alle terapie. In 2-3 anni probabilmente avremo a disposizione nuove strategie di cura da usare in modo trasversale in moltissimi tumori”. L’Italia ha finora svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle molecole immuno-oncologiche. “Nel nostro Paese – continua il prof. Maio - sono attivi numerosi gruppi cooperativi con forte capacità di ricerca clinica e preclinica, in particolare quest’ultima potrà aiutare a capire perché non tutti i pazienti rispondano a un trattamento immuno-oncologico”. Alle ricerche concentrate sulle nuove armi per premere con forza sull’acceleratore del sistema immunitario si accompagna un seconda tendenza delle sperimentazioni che mira a scoprire i meccanismi di resistenza alle cure nel microambiente tumorale. “Non sono le cellule malate, ma anche citochine, sostanze solubili e cellule del sistema immunitario possono rendere il microambiente tumorale inattaccabile o resistente – afferma il prof. Maio -. È quindi fondamentale creare le condizioni perché il microambiente apra la ‘porta’ alla risposta immunitaria. Al Congresso di Chicago sarà presentato uno studio molto interessante sulla combinazione di nivolumab con epacadostat, molecola che agisce direttamente all’interno del microambiente tumorale. Uno dei meccanismi noti di resistenza è rappresentato da un enzima, IDO, prodotto all’interno delle masse tumorali dalle cellule malate e dai linfociti. Epacadostat è in grado di neutralizzare questo enzima che blocca l’attività del sistema immunitario. Nella strategia delineata in questo studio da un lato si attiva la risposta immunitaria togliendo il ‘freno’ grazie a nivolumab dall’altro con epacadostat si agisce direttamente dentro il tumore eliminando l’enzima IDO e facendo sì che il microambiente tumorale sia meno resistente alla terapia”. L’immuno-oncologia si sta rivelando efficace per la prima volta anche nelle neoplasie ginecologiche. “Nello studio Checkmate -358 di fase 1/2 – conclude il prof. Maio – le pazienti colpite da tumori della cervice uterina, della vagina e della vulva in fase avanzata sono state trattate con nivolumab. Le risposte obiettive hanno raggiunto il 20,8%. Il dato significativo riguarda in particolare il controllo della malattia (disease control), pari al 70,8%. Pertanto in una percentuale molto elevata di donne il tumore si è stabilizzato, in un certo senso si è fermato. La possibilità di utilizzare l’immuno-oncologia in queste pazienti apre opportunità importanti anche perché i trattamenti oggi a disposizione sono poco efficaci. Inoltre nelle pazienti coinvolte nello studio il tumore era correlato al virus HPV (Human Papilloma Virus). Si tratta di un agente eziologico che predispone le donne soprattutto allo sviluppo del cancro della cervice uterina, uno dei più frequenti nelle giovani under 50, al 5° posto con 2.300 nuove diagnosi stimate in Italia nel 2016”.

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