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23 marzo 2000

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. GIANNI PEZZOLI

IL PROF. PEZZOLI È DIRETTORE DELL’ISTITUTO PER IL PARKINSON DEGLI ISTITUTI CLINICI DI PERFEZIONAMENTO DI MILANO E COORDINATORE SCIENTIFICO DELLA WPDA.

L’Istituto Parkinson di Milano ha raggiunto i 5 mila pazienti. Si tratta di un risultato molto importante, soprattutto se comparato con quello di altri importanti gruppi del mondo: lo Stanley Farm di New York ha raggiunto i 3.400 pazienti, mentre al centro di Houston, nel Texas, afferiscono circa 4.400 pazienti.

Probabilmente descritta già molti secoli prima dalla scoperta storica “ufficiale” di James Parkinson, la malattia di Parkinson è oggi molto conosciuta ed in costante aumento, soprattutto per l’aumento della vita media. L’incremento è, infatti, di 1.200 pazienti nuovi all’anno. Attualmente in Italia i malati sono circa 220 mila. Nel mondo si stima siano 4 su mille. Dei pazienti italiani che l’istituto segue da 20 anni, l’80% è ricoverato da circa 3 anni. Se il paziente è sufficientemente colto può essere informato in modo compiuto sulla patologia, in accordo con tutte le raccomandazioni internazionali, sottolineando il fatto che comunque ha di fronte a sé un certo numero di anni di benessere. Vent’anni fa si diceva che la vita media del paziente era di circa 11 anni dopo la diagnosi di Parkinson: ora vengono abbondantemente superati i 15 anni. Ad un aumento del 40% della vita media corrisponde inoltre – ed è un dato importantissimo – anche un significativo miglioramento della qualità di vita. Nel 1980 i pazienti, trattati solo con levodopa (somministrata spesso a dosi massicce), andavano incontro a quella che viene chiamata la “sindrome a lungo termine da levodopa”, con fluttuazioni motorie importanti e invalidanti. Nel giro di pochi anni, infatti, il paziente si ritrovava ad avere solo 2 movimenti nella sua giornata: o movimenti involontari, gravi e disabilitanti tanto da farlo spesso cadere, o nessun movimento, che lo costringeva all’immobilità su una sedia o sul letto. Oggi, invece, i primi 10 anni della vita post-diagnosi possono essere trascorsi (se la terapia è corretta, con bassi dosaggi di levodopa e l’utilizzo di dopaminagonisti), quasi senza che il paziente si accorga di avere la malattia di Parkinson.
Il nuovo approccio terapeutico non è solo farmacologico, ma anche fisiatrico e dietologico. Una terapia complessa, dunque, che deve coinvolgere anche le associazioni di pazienti. Il malato deve essere al corrente del maggior numero di informazioni, tanto da potersi curare, per determinati aspetti, anche da solo e nel modo più adeguato possibile. Se è stata attuata una terapia combinata corretta è possibile garantire, per i primi 10 anni da malato, un’eccellente qualità di vita. Per i successivi 5 anni le difficoltà saranno ancora controllabili ma certo più rilevanti.
Di fronte ad una terapia non corretta sarà necessario anticipare quelle tecniche (fondamentalmente chirurgiche) destinate soprattutto agli anni successivi al quindicesimo.
Anche se le tecniche chirurgiche permettono il controllo dei movimenti involontari in modo efficace, soprattutto se il paziente è stato trattato al meglio per i primi dieci anni, in questo momento è il pramipexolo a garantire effetti peculiari contro questo disturbo. Superiore agli altri dopaminoagonisti, questa molecola stimola direttamente i recettori dopaminergici striatali senza necessità di metabolizzazione da parte della sostanza nera. Inoltre ha un’emivita più lunga e quindi fornisce una stimolazione più costante. Si tratta di un farmaco efficace sia nella fase iniziale della malattia, nella quale consente di rimandare il ricorso alla levodopa, che nello stadio successivo, associato alla levodopa. È quindi ragionevole pensare di poter trattare il paziente con dopaminoagonisti, senza passare a dosi massicce di levodopa o ad interventi chirurgici, per ridurre o controllare il tremore.

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