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18 febbraio 2000

MORONI: “A MILANO L’AIDS NON SI FERMA PIU’”

“Le nuove prospettive della terapia antiretrovirale – spiega il prof. Mauro Moroni, direttore dell’Istituto di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università/Azienda ospedaliera Luigi Sacco di Milano - si fondano su un più razionale utilizzo dei farmaci, sia di quelli a disposizione, sia di quelli di imminente immissione nel mercato. La necessità di un miglior utilizzo dei farmaci nasce dalla presa d’atto che l’obiettivo dell’eradicazione del virus non è raggiungibile in tempi brevi.

Diventa quindi obbligatorio utilizzare in termini strategici sul lungo periodo le molecole attuali. Che significa, da una parte tenere in considerazione la potenza, l’efficacia della combinazione, l’esigenza di arrivare a una soppressione della replicazione grave, dall’altra l’assoluta e inderogabile necessità di conciliare quest’ultima con l’adesione alla terapia. Oggi tutto questo è possibile perché sono disponibili quindici/sedici molecole che consentono di personalizzare la terapia, così da individuare la migliore associazione per il singolo paziente in quel momento.
In tutte le esperienze mondiali il problema dell’aderenza è infatti il tallone d’Achille della terapia antiretrovirale. I farmaci di cui disponiamo sono di sicura potenza e ottengono un successo virologico in un’altissima percentuale di casi, a patto però che vengano assunti al momento giusto e nella giusta posologia. Tutti gli studi internazionali dimostrano che il fallimento virologico, immunologico e clinico è diretta conseguenza della scarsa capacità nel tempo di adattarsi alle prescrizioni.
Da parte nostra non possiamo perciò limitarci alla semplice prescrizione ma dobbiamo mettere in atto una serie di attività che portino i pazienti ad accettare e seguire le nostre indicazioni terapeutiche. Per raggiungere questo risultato, come sezione Anlaids della Lombardia abbiamo creato un centro, il CEMAT (Centro per migliorare l’adesione alle terapie), che si articola in diverse iniziative a sostegno dei pazienti: da un centralino telefonico che funziona tutti i giorni dalle 18 alle 20 e a cui rispondono medici e psicologi, alla pubblicazione di un fascicolo trimestrale, Cemat News, che ha lo scopo di sensibilizzare le persone sieropositive sull’importanza della terapia che stanno seguendo.
Vorrei concludere con un cenno sulla situazione dell’infezione a Milano e in Lombardia. Rispetto agli anni scorsi, l’Aids è notevolmente diminuito e questo grazie all’efficacia delle terapie di combinazione. Nell’ultimo periodo la riduzione del numero di casi si è però fermata: mentre fino a pochi mesi fa la curva di notifica era in costante calo ora tende ad appiattirsi e stiamo riscontrando nuovi casi. La ragione di ciò va cercata in due fenomeni abbastanza recenti: il primo è che molte persone scoprono di essere sieropositive nel momento in cui sviluppano la prima manifestazione opportunistica; il secondo è che una frangia considerevole di pazienti si cura male, vuoi perché ha iniziato troppo tardi il trattamento, vuoi perché non segue le prescrizioni e sta lentamente scivolando verso la malattia. Per questo credo sarebbe opportuno riprendere a livello governativo una campagna informativa che spinga le persone a fare il test dell’Hiv. Che spieghi che è fondamentale farlo anche se si ha ha avuto un solo rapporto sessuale non protetto con una persona sconosciuta o se c’è stato anche un solo scambio di siringa.
In passato Milano è stato capace di dotarsi di strutture all’avanguardia prima di altre città. Sarebbe necessario però non fermarsi all’esistente e completare al più presto i piani di edificazione dei centri per le malattie infettive così come erano stati previsti. Non bisogna infatti dimenticare che nel campo dell’infettivologia non c’è solamente l’Aids, ma esiste il problema della patologia esotica d’importazione, della patologia dei flussi migratori, delle epidemie ricorrenti, come per esempio quella influenzale. A maggior ragione, quindi, preoccupa la tendenza alla contrazione dei posti letto. Un aspetto questo che è frutto di una cattiva interpretazione dei successi della terapia antiretrovirale. Bisogna invece sottolineare che la terapia antiretrovirale non è la soluzione del problema, che la soluzione non è dietro l’angolo: fare passi indietro oggi, anche rispetto al numero di strutture, sarebbe un grosso pericolo e un grosso errore”.

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