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18 febbraio 2000

AIDS, A MILANO AUMENTANO I CASI DRAMMA DISOCCUPAZIONE PER I SIEROPOSITIVI

Milano, 18 febbraio 2000 - L’Aids rialza la testa. Negli ultimi mesi a Milano si è fermata la parabola discendente dell’infezione e stanno aumentando i nuovi casi di malattia conclamata, in particolare tra i giovani e nella fascia d’età tra i 40 e i 50 anni. Per le persone sieropositive sorge invece prepotentemente il problema dello stigma sociale e della discriminazione sul posto di lavoro.

La denuncia arriva dall’Anlaids Lombardia che sottolinea con preoccupazione l’emergere di questi due fenomeni, dibattuti anche nel corso della terza edizione del convegno “Luci e Ombre”, al quale hanno partecipato oltre 300 tra attivisti, medici e volontari. Il primo, come mette in evidenza il prof. Mauro Moroni, direttore dell’Istituto di Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Milano, è dovuto ad un abbassamento della guardia nei confronti di questa patologia. “Il secondo - spiega Rosaria Iardino, rappresentante delle Persone Sieropositive dell’Anlaids Nazionale - è conseguenza diretta di una legge che non vieta esplicitamente alle aziende di pretendere il test dell’Hiv da chi chiede un posto di lavoro. Rifiutarsi di farlo significa autoescludersi. Seguire le procedure e presentare il risultato di sieropositività porta, nella maggior parte delle esperienze, ad un formale rifiuto dell’assunzione, con motivazioni del tipo: non adatto psicologicamente a svolgere le mansioni richieste”.
A questa situazione, già di per sé grave, va a sommarsi un’ulteriore beffa. “Oggi – prosegue Iardino - grazie alle nuove terapie di combinazione le persone con Hiv stanno bene. Ma proprio per il miglioramento delle loro condizioni di salute a molti sieropositivi viene tolta la pensione di invalidità civile: 360.000 lire al mese che per la quasi totalità di queste persone rimane l’unica, minima, fonte di sostentamento”.
Per far fronte a questa situazione, a dicembre l’Anlaids aveva ottenuto un tavolo di concertazione con i ministeri della Sanità, dell’Industria e degli Affari Sociali. La caduta del primo governo D’Alema ha però fatto saltare l’appuntamento. “Resta comunque la nostra richiesta – conclude Iardino -: che venga cioè vietato per legge di dover presentare il test dell’Hiv insieme alla domanda di assunzione”.
Per quanto riguarda, infine, l’aumento dei casi, le ragioni sono principalmente due. “Molte persone – sostiene il prof. Moroni - scoprono di essere sieropositive nel momento in cui sviluppano la prima manifestazione oppurtunistica, mentre un’altra frangia considerevole di pazienti si cura male, vuoi perché ha iniziato troppo tardi la terapia, vuoi perché non segue alla lettera le prescrizioni”. La mancanza di compliance è infatti il tallone d’Achille della terapia antiretrovirale. Tutti gli studi internazionali dimostrano che il fallimento virologico, immunologico e clinico è diretta conseguenza della scarsa capacità nel tempo di adattarsi alle prescrizioni. Altro motivo da tenere in considerazione è la caduta della percezione del pericolo da parte delle nuove generazioni. I giovani ritengono che il problema Aids sia risolto, che l’Hiv sia curabile come una qualsiasi altra patologia. L’invito di Moroni è dunque, da un lato ad una maggiore informazione, dall’altro a fare il test, “anche se si ha avuto un solo rapporto sessuale non protetto con una persona sconosciuta o se c’è stato anche un solo scambio di siringa”. In modo da dare la possibilità ai medici di intervenire per tempo e di personalizzare la terapia, l’unica possibilità al momento per tenere sotto controllo l’Hiv.




L’Ufficio Stampa
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