mercoledì, 21 agosto 2019

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2 giugno 2001

EMERGENZA DEPRESSIONE, PER GLI ANZIANI A RISCHIO TERAPIE MIRATE “IRROBUSTISCONO” IL CERVELLO

Genova, 2 giugno 2001. Le cifre ufficiali parlano di dieci milioni di persone solo in Italia, quattrocento milioni nel mondo. Ma sono numeri certamente sottostimati. Depressione, ansia, attacchi di panico, colpiscono duro e colpiscono tutte le fasce d’età, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità pone queste malattie fra le prime dieci cause di disabilità. E’ emergenza, soprattutto nei Paesi occidentali, per la terza età: sempre secondo l’Oms soffrono di disturbi dell’umore ben sette anziani su dieci. Ma non solo: ansia e depressione appaiono sempre più spesso associate a malattie neurologiche e questo fenomeno interessa in particolare, ancora una volta, l’età avanzata. I più recenti studi evidenziano questo legame con chiarezza: la metà di chi è stato colpito da ictus (in Italia quasi 500.000 l’anno) soffre di depressione, che rappresenta la complicanza psichiatrica più frequente (40%) anche in chi è affetto dal morbo di Parkinson (circa 250.000). Questa condizione – affermano gli esperti – può portare a sintomi di aggravamento cognitivo, aumentare lo stato di invalidità e condizionare l'adesione del paziente ai trattamenti riabilitativi. Scoperte che pongono nuovi interrogativi sulle terapie farmacologiche da adottare: spesso gli anziani assumono contemporaneamente diversi farmaci per affrontare le malattie, talvolta croniche, da cui solo afflitti e questa ‘politerapia’ può presentare rischi di interazione. I farmaci antidepressivi di ultima generazione (serotoninergici), come la paroxetina, si sono rivelati efficaci nell'alleviare o eliminare i sintomi depressivi e sono privi degli effetti negativi sulla memoria e sul cuore, tipici degli antidepressivi di prima generazione. Agiscono aumentando il livello di serotonina, sostanza presente nel cervello e implicata nella trasmissione nervosa profonda, quella responsabile della regolazione di meccanismi come la memoria, il sonno e l’attenzione. Di tutto questo si parla a Genova nel corso del convegno nazionale che si conclude oggi, presieduto dal prof. Vincenzo Bonavita, presidente della Società Italiana di Neurologia.

Nel campo delle neuroscienze si assiste oggi a una ‘rinascita’: quella della neuropsichiatria, disciplina ora pienamente rivalutata. “Non è più possibile operare una dicotomia arbitraria tra ‘malattia del cervello’ e ‘malattia della mente’ – afferma il prof. Francesco Monaco, direttore della Clinica neurologica dell’Università di Novara – la coesistenza di due patologie, una neurologica e una psichiatrica (depressione, ansia o disturbi comportamentali) è argomento di grande attualità. Anche perché la presenza contemporanea di disturbi neurologici e psichiatrici non è casuale, ma la malattia mentale è correlata patologicamente e biologicamente a quella neurologica. La depressione neurologica– conclude il prof. Monaco – non è quindi solamente una depressione reattiva all’evento”..
“Anche le malattie internistiche, quali quelle epatiche e renali – spiega il prof. Vincenzo Bonavita - pongono particolari problemi per la cura dell’ansia o della depressione”. Per curare la malattia in pazienti affetti anche da epatiti, cirrosi, stasi biliare, insufficienza renale è perciò necessario scegliere con attenzione il tipo di farmaco, il suo dosaggio, la durata della malattia, il rischio di effetti tossici e indesiderati. “Altre variabili da considerare – continua Bonavita – sono l’età del paziente, il sesso, lo stato di nutrizione, la presenza di malattie concomitanti all’ansia e alla depressione e le relative terapie che possono interferire con i farmaci utilizzati per la cura di ansia e depressione”.
Individuare terapie sempre più mirate, efficaci e con minori effetti collaterali è l’obiettivo che si pone oggi il medico, in particolare quando si trova di fronte a un anziano con più malattie contemporaneamente da trattare. Fortunatamente oggi è possibile scegliere tra molte armi a disposizione per curare anche i casi più complessi. “I farmaci antidepressivi utilizzati nella pratica clinica dalla fine degli anni 50, i cosiddetti triciclici - afferma il prof. Dario Grossi, neurologo all’Università di Napoli - sono stati la salvezza di medici e pazienti, cambiando la vita a moltissime persone. Tuttavia presentavano notevoli effetti collaterali, specie negli anziani; tra i più importanti quello anticolinergico che interferisce abbassando la soglia di attenzione e la memoria”. Questo fattore è particolarmente negativo quando si ha a che fare con anziani: si sa che con l’età si ha una riduzione dei processi cognitivi ed è di estrema inportanza mettere a punto terapie con abbiano influenza sulla memoria, sul sonno, sull’attenzione, oltre a non provocare disturbi cardiaci.”Nuovi farmaci come gli antagonisti del recupero della serotonina, un neuromediatore del sistema nervoso sono entrati nella pratica clinica all’inizio degli anni 90 – commenta il prof. Marco Onofrj, ordinario di neurologia all’Ospedale di Pescara –. Hanno lo stesso bersaglio dei triciclici ma, contrariamente a questi non determinano gli effetti collaterali di tipo anticolinergico, inoltre danno pochissimi effetti altri secondari e soprattutto non determinano assuefazione e non provocano i tipici problemi derivanti dalla sospensione della terapia. Un farmaco antidepressivo che agisce marcatamente sulla serotonina è la paroxetina”.
“Il cervello viene ‘irrobustito’ dall’assunzione di queste sostanze – conclude il prof. Grossi - e i pazienti, specie gli anziani, non solo non hanno nessun effetto negativo sulla cognitività dopo l’assunzione a di una singola dose, ma mostrano un miglioramento netto delle capacità mnesiche dopo sole 5 settimane di trattamento”.

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