giovedì, 09 febbraio 2012

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22 luglio 2010

TUMORE DEL SENO: LE EX-PAZIENTI PROMUOVONO L’ONCOLOGIA ITALIANA. TORNANO AL LAVORO MA PER SEI SU DIECI LA DEPRESSIONE È IN AGGUATO

Roma, 22 luglio 2010 - Tre centri di eccellenza del nostro Paese ‘fotografano’ la vita dopo il cancro alla mammella: ottima l’assistenza e garantito il reinserimento. Cambiano però i rapporti sociali e resta il terrore di una ricaduta

Guai a chiamarle lungosopravviventi: loro si definiscono guarite. Sono le italiane che hanno superato il tumore del seno, ormai oltre 400.000. Si sentono bene (il 72,6% è soddisfatto del proprio stato di salute, il 26% molto soddisfatto) e ritengono di essere state seguite in modo più che positivo (45,2%), addirittura eccellente nel 7,8% dei casi. Ma è l’aspetto psicologico a risultare indebolito: oltre il 30% si sente meno femminile, circa il 20% rileva cambiamenti nella propria situazione familiare e nei rapporti sociali, sei su dieci hanno sperimentato un periodo di depressione. E il 65% teme di ammalarsi di nuovo. È la fotografia che emerge dalla prima indagine nazionale promossa dall’Associazione Ricerca ed Educazione in Oncologia (AREO) in tre centri oncologici di eccellenza: il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, diretto dal prof. Pierfranco Conte, nella Divisione di Oncologia dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova diretta dal prof. Paolo Pronzato e all’IRCCS “Regina Elena” di Roma presso il Dipartimento di oncologia diretto dal Prof. Francesco Cognetti. Da ottobre 2009 a maggio 2010 sono state coinvolte 150 ex-pazienti, a 5 e 10 anni dalla diagnosi. “Il nostro obiettivo era analizzare, per la prima volta con criteri scientifici, l’impatto di questa malattia nel lungo periodo – spiega il prof. Conte, coordinatore dello studio - . I risultati in parte ci sorprendono perché, per fortuna, il livello di reintegrazione sociale sembra buono e non si notano discriminazioni evidenti. La stragrande maggioranza torna al lavoro e solo un 4% lo ha perso nel periodo della terapia. Oltre il 50% al rientro ha scelto di mantenere il tempo pieno e appena il 10% ha subito una riduzione dello stipendio. Colpisce invece in negativo l’assenza di supporto psicologico”. “La neoplasia del seno è particolarmente ricca di significati simbolici – continua il prof. Cognetti – e si ripercuote con più evidenza rispetto ad altre sulla sfera sessuale. Fra le donne in età fertile, il desiderio è compromesso in un’alta percentuale (il 34% del gruppo a meno di 10 anni dalla diagnosi) e solo il 16% ha preso in considerazione l’idea di una gravidanza. Oggi sappiamo invece che non esistono controindicazioni alla maternità dopo questa malattia. Anzi, la preservazione della capacità riproduttiva rappresenta una delle nuove priorità per gli oncologi medici, sempre più preoccupati non solo di sconfiggere il tumore ma di garantire la miglior qualità di vita alle proprie pazienti”. L’indagine viene presentata oggi a Roma in un seminario nazionale, reso possibile grazie al supporto di Astrazeneca e dedicato a pazienti e familiari.

Nei Paesi industrializzati il tumore alla mammella rappresenta la prima causa di morte femminile fra i 35 e i 44 anni, in Italia nel 2008 si sono registrati quasi 38.000 casi, ma ovunque si assiste ad un sensibile calo di mortalità. Nel nostro Paese, negli ultimi 5 anni, nelle donne al di sotto dei 49 anni è diminuita di ben l’11,2%. “Un risultato molto significativo – commenta la dr.ssa Valentina Guarneri, del Dipartimento oncologico di Modena e Reggio Emilia - che apre scenari nuovi, come gli effetti a lungo termine dei farmaci. Il 66% del campione era stato sottoposto a chemioterapia e il 53% a terapia ormonale. Dalla nostra analisi risultano particolarmente pesanti i disturbi osteoarticolari (48% delle donne) seguiti da quelli ginecologici (37,5%). Va sottolineato che si tratta di donne che hanno superato la fase acuta ormai da almeno 5 anni, e che in questo periodo l’armamentario terapeutico a disposizione dell’oncologo si è arricchito di nuove molecole sempre più selettive e mirate, quindi meno tossiche per l’organismo”. Le target therapies hanno rappresentato una rivoluzione nella lotta al cancro, ma i grandi risultati ottenuti si spiegano soprattutto con l’investimento in prevenzione e diagnosi precoce. Dati che valgono soprattutto per i tumori mammari: “È stato calcolato che la sola obesità è responsabile di circa il 20% di tutti i casi e del 50% delle morti dovute a questa causa in post-menopausa – afferma il prof. Cognetti –. Numerosi studi hanno dimostrato inoltre l’importanza della dieta e del’attività fisica nel prevenire le recidive. Eppure molto resta ancora da migliorare: secondo un’indagine presentata al Congresso Americano di Oncologia (ASCO), una donna su due non ha mai parlato con il proprio medico dell'opportunità di modificare il proprio stile di vita”. L’informazione è uno degli obiettivi prioritari di AREO, associazione presieduta dal prof. Conte che si propone promuovere e contribuire allo sviluppo delle attività di ricerca, studio, formazione, sensibilizzazione e assistenza in oncologia. “L’indagine sulle donne guarite rappresenta l’esito di un progetto di sensibilizzazione iniziato nel 2008 con la “Storia di Paula” – conclude Conte -, una fiction in 3D per raccontare l’intero percorso di una donna malata che si traduce ora nella realtà della nostra pratica clinica. In entrambi i casi, il messaggio chiave che abbiamo voluto trasmettere è che si tratta di una malattia che si può, anzi si deve, prevenire e che si può affrontare e superare con successo”.

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