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21 marzo 2001

L’IMPIANTO DI CELLULE

La notizia è di qualche giorno fa e ha fatto cadere le braccia di molti scienziati impegnati a tentare di curare malattie neurodegenerative. “Ma è difficile fermarsi quando la speranza è quella di guarire un giorno tanti malati - ha commentato Jerome Groopman, professore di medicina a Harvard - Nella scienza medica, anche dagli insuccessi c’è molto da imparare”.

La ricerca. Il gruppo di studiosi guidati da Stanley Fahn della ColumbiaUniversity di NY fa riferimento a Curt Freed, un neurobiologo del Colorado autore di ricerche molto avanzate nel mondo del Parkinson. Il gruppo del prof. Fahn è passato dall’impianto di cellule della midollare del surrene umana all’impianto di cellule omologhe cioè provenienti da feti abortiti, coltivate in vitro per qualche settimana e infine impiantate. L’obiettivo era quello di ridurre permanentemente i sintomi della malattia di Parkinson. Negli studi simili, precedenti a questo, la valutazione dei pazienti avveniva sempre “in aperto”, cioè mai con modalità realmente comparative. Stanley Fahn ha deciso per la prima volta di introdurre, nell’ambito di uno studio che comportava un’operazione di chirurgia, il doppio cieco: un gruppo di pazienti veniva impiantato in modo “non reale”, i pazienti subivano la craniotomia (un buchetto a livello della teca cranica), ma non la perforazione dell’encefalo con l’ago per l’impianto. L’altro gruppo di pazienti (20 persone) venivano viceversa impiantati con una sospensione di cellule fetali umane provenienti da feti abortiti dopo circa 8-9 settimane di gestazione. Nè il neurologo nè il paziente sapevano a chi era stato impiantato il tessuto e a chi no.
Alla fine dello studio, la conclusione dei ricercatori è stata che il trapianto è in grado di sopravvivere nel cervello dei pazienti ai quali è stato impiantato e, in alcuni casi, di fare regredire parzialmente o completamente una parte dei sintomi. I dati relativi alla sopravvivenza in encefalo di queste cellule sono stati pubblicati nel corso degli anni scorsi; ciò non è privo di favorevoli significati perché i pazienti dopo il trapianto non sono stati trattati con degli immunosopressori, come normalmente accade in tutti i trapianti: nonostante ciò le cellule sopravvivevano. La conferma è venuta, come spesso accade, per una di quelle circostanze che si potrebbero chiamare scientificamente fortunate se non fossero tragiche: una donna tra quelle impiantate è deceduta nel corso di un violento uragano per una palma cadutale addosso. L’autopsia ha evidenziato che le cellule impiantate erano vive.
Anche grazie a questo aiuto inaspettato, lo studio si è protratto per alcuni anni e alla conclusione è stato osservato che quattro dei pazienti impiantati, nei quali le cellule sopravvivevano, non avevano soltanto una correzione completa dei sintomi tipici del Parkinson – i sintomi residui erano concentrati nelle zone inferiori del corpo – ma addirittura vi erano dei sintomi aggiuntivi, concentrati invece nella parte alta, quali un eccesso di movimenti involontari (discinesie o distonie). A questi pazienti è stata tolta la levodopa che assumevano normalmente, come tutte le persone sofferenti di questa malattia, per vedere se l’eccesso di movimenti riscontrato fosse dovuto alla sommatoria del farmaco con l’impianto di cellule nuove: ciononostante i sintomi permanevano.
Nonostante ciò, per il prof. Fahn non tutto l’esperimento è negativo: “Un certo gruppo di pazienti ha tratto dei benefici persistenti e questo può essere considerato un risultato buono, anche se un altro gruppo, in particolare quelli sopra i 65 anni di età, non ha presentato dei miglioramenti significativi. Abbiamo bisogno di aumentare le nostre conoscenze neurobiologiche dei trapianti in encefalo, non possiamo permetterci che un numero rilevante di pazienti (20%) presenti dei fenomeni incontrollabili da qualsiasi tipo di terapia”.
Un altro insuccesso o lato oscuro del primo trapianto in doppio cieco di cellule fetali nel cervello è il fatto che i pazienti che hanno avuto un miglioramento motorio hanno anche avuto una mortalità superiore per eventi certamente non correlati all’intervento chirurgico. Sembra che i pazienti impiantati, una volta tornati alla vita normale, abbiano assunto dei comportamenti alquanto anomali, ad esempio la signora che è morta sotto un uragano invece di proteggersi in casa - come tutte le persone di buon senso e tanto più come una paziente dimessa da poco dall’ospedale a seguito di un intervento chirurgico – se ne andava tranquillamente in giro, e da sola, sotto la tempesta. Altri di questi pazienti sono periti in incidenti stradali.

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