mercoledì, 21 agosto 2019

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20 giugno 2003

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL DR. PAOLO RUBINO

Il Dr. Rubino è responsabile della cardiologia invasiva della Clinica Montevergine Mercogliano (Avellino)

L’infarto si può curare con il laser. I dati, ancora preliminari, dei nostri protocolli di studio, indicano con certezza che l’utilizzo di un laser impiegato insieme a uno stent a rilascio di farmaci può costituire una valida soluzione al problema. In pratica, l’infarto è provocato dall’occlusione di una coronaria: la rottura della placca che si determina causa a sua volta un’occlusione trombotica. Con il laser a eccimeri siamo riusciti a vaporizzare il trombo e a impedire la disseminazione di microemboli nel microcircolo coronario. La scelta di abbinare l’impianto di uno stent a rilascio di farmaco deriva dal fatto che il laser potrebbe provocare un piccolo danno epiteliale: se invece ‘proteggiamo’ il tessuto con farmaci adatti, garantiamo la pervietà della coronaria. Abbiamo utilizzato un antibiotico-antitumorale, la rapamicina (in altri centri è stato usato il cortisone), il cui rilascio viene effettuato per un periodo da tre a otto settimane. Questo accorgimento fa sì che non si provochi un nuovo restringimento delle coronarie (restenosi). Questa tecnica innovativa è stata utilizzata nel nostro centro per la prima volta in Italia finora su 4 pazienti. Solo due centri al mondo lo utilizzano, uno inglese (Richmond) e uno tedesco, dove viene ormai considerata una pratica di routine. A mio avviso questo intervento costituisce oggi lo standard di eccellenza, anche se ha un costo abbastanza elevato. Se in futuro si dimostrerà su grandi numeri il reale vantaggio di questa tecnica, potremo dire di avere ottenuto un risultato davvero fantastico. La terapia attuale dell’infarto ad alto e medio rischio (si può discutere sull’infarto a basso rischio) in Italia non è ottimale:, dovrebbe essere fatta entro 6-12 ore con apertura meccanica del vaso, perché ogni minuto che passa è una cellula in più che muore. L’angioplastica coronarica, fino a 10 anni fa considerato un intervento complicato e con una certa mortalità si è trasformata attualmente in una pratica facile con una mortalità quasi zero. Ma il problema resta l’insufficiente numero di interventi, solo 75.000 angioplastiche in totale contro le 156.000 in Francia e le 300.000 in Germania. Per quanto riguarda l’angioplastica primaria, cioè quella praticata nell’infarto acuto, i dati ragionali non sono confortanti: in Campania a fronte di 12.000 infarti acuti nel 2002 sono state praticate solo 200 angioplastiche primarie, in totale 5.289. Se si considera che il 30% di chi viene colpito da l’infarto acuto muore nella prima ora e il restante 70% viene trattato in modo non adeguato, andrebbe predisposta una rete territoriale in grado di intervenire immediatamente riaprendo il vaso, con conseguente considerevole riduzione della mortalità. In questo modo si otterrebbe anche un virtuale azzeramento dell’invalidità permanente e una diminuzione del tempo di ricovero, senza contare che un infarto esteso e trattato male provoca spesso uno scompenso cardiaco.
L’angioplastica primaria, dunque, potrebbe rappresentare un notevole passo in avanti nella riduzione delle conseguenze dell’infarto del miocardio: negli Usa viene effettuata nel 90% dei casi. Ma vediamo alcuni dati nazionali: in Lombardia nel 2002 sono state effettuate su oltre 15.000 infarti, 18.000 angioplastiche in totale, di cui solo 2.335 primarie. Nel Lazio a fronte di circa 10.000 infarti le angioplastiche primarie sono state solo 290, 3782 angioplastiche totali. I dati italiani, dunque, in particolare quelli meridionali, indicano che sarebbe necessario almeno decuplicare gli interventi.
In questo convegno di Napoli, che vede la partecipazione di circa 600 iscritti, presenteremo i nostri casi. La cardiologia invasiva è la branca della medicina che ha fatto i maggiori progressi, stravolgendo completamente il trattamento della malattia coronarica anche perché l’industria sta investendo molto nella ricerca e ogni mese abbiamo importanti novità.

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