mercoledì, 21 agosto 2019

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20 giugno 2003

COMUNICATO STAMPA
IL LASER SCONFIGGE L’INFARTO. ‘RIPARATO’ IL CUORE DI 4 ITALIANI

Per la prima volta nel nostro Paese, il trombo è stato vaporizzato attraverso un “fascio di luce”. Un’arma innovativa contro una malattia che provoca 70 mila decessi

Napoli, 20 giugno 2003 – Oggi l’infarto si può curare con il laser. Per la prima volta in Italia, il “fascio di luce” è stato utilizzato con successo per affrontare una malattia che colpisce 160mila persone l’anno. I casi finora trattati sono quattro, con risultati più che soddisfacenti. “I dati dei nostri protocolli - afferma il dott. Paolo Rubino, responsabile del reparto di Cardiologia Invasiva della clinica Montevergine Mercogliano (Avellino), il solo centro italiano che utilizza la metodica – indicano con certezza che il laser, impiegato insieme ad uno stent a rilascio di farmaci, costituisce una valida soluzione al problema. In pratica - spiega Rubino - l’infarto è provocato dall’occlusione di una coronaria: la rottura della placca che si determina causa a sua volta una occlusione trombotica. Col laser a eccimeri siamo riusciti a vaporizzare il trombo e a impedire la disseminazione di microemboli nel microcircolo coronario”. Solo due altri centri al mondo (uno inglese e uno tedesco) utilizzano questa metodica, oggi d’eccellenza, che dovrebbe diventare il nuovo standard d’intervento.
La tecnica laser, destinata a modificare radicalmente l’approccio al big killer dei Paesi occidentali, sarà presentata nei dettagli alla comunità scientifica internazionale nel corso del congresso ‘Update on cardiovascular diseases’, in programma a Napoli il 26 al 27 giugno alla presenza di circa 1.000 specialisti provenienti da tutti i Paesi. “Uno degli obiettivi - spiega il prof. Gian Domenico Angelini, direttore dell’Heart Institute di Bristol – è fare il punto sulle tecniche ‘salvacuore’ considerate l’ultima frontiera della cardiochirurgia, come quelle mini-invasive per la sostituzione di valvole cardiache nei bambini eseguite in angiografia (con un palloncino che porta in sede la valvola nuova) evitando l’intervento a cuore aperto. E ancora, l’uso dei robot e delle più recenti tecnologie ‘a cuore battente’, che permettono di eseguire operazioni senza l’ausilio della macchina per sostenere la circolazione”. Il futuro in cardiologia, dunque, è pieno di speranze e novità, anche se in Italia interventi di routine, come l’angioplastica, sono ancora poco praticati.

In attesa della diffusione su larga scala di tecniche innovative come l’impiego del laser, l’angioplastica rimane il trattamento di prima scelta: fino a 10 anni fa considerato un intervento complicato e rischioso, è oggi una pratica facile e sicura, che consentirebbe, se praticata subito dopo l’infarto, un consistente risparmio in termini di vite umane, oltre a un freno alla diffusione dello scompenso cardiaco. Ma in Italia si fa ancora un uso limitato dell’angioplastica: se ne effettuano solo 75.000 l’anno contro le 156.000 della Francia e le 300.000 della Germania, mentre negli Stati Uniti è utilizzata nel 90% dei casi. In Campania il dato è addirittura allarmante: nel 2002 sono state eseguite solo 200 angioplastiche primarie (quelle praticate in emergenza) su 12.000 infarti acuti registrati in Regione (l’1,6%). Meglio – anche se ancora largamente sotto il fabbisogno reale - il Lazio, dove su 10.000 infarti le angioplastiche primarie sono state 290 (2,9%) e soprattutto la Lombardia, dove su oltre 15.000 infarti sono state praticate 2.335 angioplastiche primarie (15,5%). Secondo il prof. Rubino, i dati italiani e quelli meridionali in particolare, indicano che “sarebbe necessario almeno decuplicare gli interventi”. “Le ragioni di queste differenze – spiega il prof. Angelini – sono principalmente logistiche, di personale, organizzazione e attrezzature, perché per effettuare un’angioplastica primaria serve una sala di cateterismi ed emodinamica, collegata con l’unità coronarica, operativa 24 ore su 24 e pronta ad agire nell’arco di 30 minuti”. Attualmente il 30% delle persone colpite da infarto acuto muore nella prima ora e il restante 70% viene trattato in modo non adeguato. “Andrebbe predisposta una rete territoriale – suggerisce il prof. Rubino - in grado di intervenire immediatamente riaprendo il vaso, con conseguente considerevole riduzione della mortalità. In questo modo si otterrebbe anche un virtuale azzeramento dell’invalidità permanente e una diminuzione del tempo di ricovero, senza contare che un infarto esteso e trattato male provoca spesso uno scompenso cardiaco”. Tanto è vero che questa patologia, caratterizzata dall’indebolimento del cuore, colpisce ormai più di 1 milione di italiani con 150mila ricoveri all’anno.
Ma anche in questo caso dal congresso di Napoli arriva una buona notizia: lo studio Companion (Comparison of Medical Therapy, Pacing, and Defibrillation in Chronic Heart Failure), iniziato nel 2000 per valutare l’efficacia di un innovativo pacemaker combinato con doppia funzione di resincronizzazione e defibrillazione, è stato interrotto per motivi etici. I risultati, infatti, sono stati tanto incoraggianti (ridotta del 43% la mortalità totale rispetto al gruppo di pazienti trattati con terapia farmacologica) da indurre la commissione di controllo a sospendere in anticipo la sperimentazione. “Il risultato più significativo dello studio sullo scompenso - spiega il dr. Fernando Coltorti, aritmologo ed elettrofisiologo interventista presso il Laboratorio di Cardiologia Invasiva della Clinica Montevergine Mercogliano (AV) - è che la terapia con il nuovo pacemaker defibrillante biventricolare, che viene sistemato sottopelle, fa vivere più a lungo e rallenta l’evoluzione dello scompenso cardiaco”. Oggi nel nostro paese non tutti i centri sono in grado di impiantare i nuovi dispositivi anti-scompenso per la procedura piuttosto complessa. “Alla luce dei risultati dello studio Companion - conclude Coltorti - riteniamo che nel prossimo futuro sempre più centri in Italia debbano essere messi in grado di eseguire l’intervento”.

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